“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più
lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”
(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)

Tracce perdute - Maiella



TRACCE PERDUTE           (dalla sommità della Valle dell’Acquaviva a Fara S. Martino)


Sulla carta è segnato 7c, ma di segni non ce ne sono. Poche righe sulla cartina per descrivere il percorso a grandi linee, ma in questi posti le descrizioni non servono: la natura si riappropria dei suoi spazi e noi ci possiamo solo adeguare ai nuovi percorsi.


Ma il fiuto non manca, e così il giorno successivo porto i miei compagni sulla traccia giusta, fino ad un enorme sperone; sono contenta perchè sembra cancellato il collasso del giorno precedente, mi sento di nuovo in forma, anche se non al massimo. La prudenza però consiglia di abbandonare il progetto iniziale di raggiungere la cima dell’Acquaviva, anche perchè la mia amica del cuore pure lei non è al massimo di se stessa, e comunque dopo ci aspettano sempre 1500 metri di dislivello in discesa, passo più, passo meno.
Mi distraggo un attimo, e lascio fare a Maurizio, che purtroppo perde quei rarissimi omini che indicano la via: da quel momento in poi sarà un altalenante ed estenuante entrare ed uscire dai mughi ad altezza d’uomo, strisciando sopra di essi, scavalcando rami bassi, tornando indietro laddove si sfiorano i salti, arrampicando e disarrampicando, maledicendo ed osservando.

In uno di questi accalorati vagheggiamenti, sempre lui, che sembra non vederci, ma sente molto bene, percepisce altra presenza su quei monti solitari: e sarà la nostra fortuna ritrovare due locals che con le loro voci ci districano da quell’inferno verde di mughi, caldo e resina. Ritrovare uomini e omini è un vero piacere!






Lasciando che Stefano e Maurizio plachino la loro sete di cima, stavolta solo verso il Pizzone, noi donne ci godiamo il paesaggio in quell’anfiteatro di rara bellezza.


Lontane grotte attirano gli sguardi, forse calamitati da una possibile fonte nascosta in quei meandri. 


Silenziose ci appaghiamo del panorama, fino a che veniamo raggiunte dagli amici, e così insieme ci avviamo verso quella lunga discesa a valle, che costeggerà la selvaggia e raramente frequentata Val Serviera.





Serpeggiando in pianura tutte le innumerevoli costole tra la Val Serviera e il Macchione, risaliamo ancora, senza mai calare, infinito giro per arrivare a Colle Bandiera, unica vera cima di questi due giorni appaganti.





Se il sentiero costringe ad un lunghissimo giro a strapiombo sul paese di Fara S. Martino, è per un unico motivo di cui dovrò mio malgrado prendere atto: rocce a strapiombo sul paese non permettono il benchè minimo accesso diretto, se non nell’uscita del canyon del Fossato, da cui si entra solo da dove noi abbiamo bivaccato, la famosa Val Serviera.




Togliere le scarpe è un piacere non da poco, così come sorseggiare una meritata birra alle soglie della civiltà, lasciando che le avanzate ore del buio ancora circondano di silenzio e piacere tutti i momenti vissuti su questa incredibile ed incontrastata montagna, donatrice come sempre di entusiasmo e gradevolezza, asprezza e fatica, ma incondizionatamente appagante.


Ci torneremo presto su questa sconfinata beltà!


1 commento:

  1. Capisco profondamente la belelzza, la forza di questi luoghi, solenni e selvaggi. Vero che impongono tanta fatica ma offrono un'esperienza magnetica e in cui ci si sente davvero piccoli e umili quindi in condizione di avere un rapporto autentico e profondo con questi luoghi.
    Belle foto e descrizioni di immagini e sensazioni. Ciao Angela

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