“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più
lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”
(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)
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Monte Cairo Canta la Pace - Concerto

Monte Cairo Canta la Pace



"Quando questa (la Memoria, n.d.r.) va smarrita, ogni uomo e soprattutto ogni associazione perde l'orientamento, sia per la comprensione del presente che per l'impostazione del futuro.
Senza il ricordo si spegne la consapevolezza di un passato straordinario e siamo incapaci di garantire un adeguato futuro."        Irene Affetranger

[Prefazione a NINI PIETRASANTA, Pellegrina delle Alpi, CAI, anastatica, 2011)]




Concerto in montagna per la pace settembre 2015 con il Coro di Cassino, i Musicisti Basso Lazio, Eugenio Bennato, a Colle San Magno, in occasione del settantesimo anniversario dalla fine della guerra

Tracce perdute - Maiella



TRACCE PERDUTE           (dalla sommità della Valle dell’Acquaviva a Fara S. Martino)


Sulla carta è segnato 7c, ma di segni non ce ne sono. Poche righe sulla cartina per descrivere il percorso a grandi linee, ma in questi posti le descrizioni non servono: la natura si riappropria dei suoi spazi e noi ci possiamo solo adeguare ai nuovi percorsi.


Ma il fiuto non manca, e così il giorno successivo porto i miei compagni sulla traccia giusta, fino ad un enorme sperone; sono contenta perchè sembra cancellato il collasso del giorno precedente, mi sento di nuovo in forma, anche se non al massimo. La prudenza però consiglia di abbandonare il progetto iniziale di raggiungere la cima dell’Acquaviva, anche perchè la mia amica del cuore pure lei non è al massimo di se stessa, e comunque dopo ci aspettano sempre 1500 metri di dislivello in discesa, passo più, passo meno.
Mi distraggo un attimo, e lascio fare a Maurizio, che purtroppo perde quei rarissimi omini che indicano la via: da quel momento in poi sarà un altalenante ed estenuante entrare ed uscire dai mughi ad altezza d’uomo, strisciando sopra di essi, scavalcando rami bassi, tornando indietro laddove si sfiorano i salti, arrampicando e disarrampicando, maledicendo ed osservando.

In uno di questi accalorati vagheggiamenti, sempre lui, che sembra non vederci, ma sente molto bene, percepisce altra presenza su quei monti solitari: e sarà la nostra fortuna ritrovare due locals che con le loro voci ci districano da quell’inferno verde di mughi, caldo e resina. Ritrovare uomini e omini è un vero piacere!






Lasciando che Stefano e Maurizio plachino la loro sete di cima, stavolta solo verso il Pizzone, noi donne ci godiamo il paesaggio in quell’anfiteatro di rara bellezza.


Lontane grotte attirano gli sguardi, forse calamitati da una possibile fonte nascosta in quei meandri. 


Silenziose ci appaghiamo del panorama, fino a che veniamo raggiunte dagli amici, e così insieme ci avviamo verso quella lunga discesa a valle, che costeggerà la selvaggia e raramente frequentata Val Serviera.





Serpeggiando in pianura tutte le innumerevoli costole tra la Val Serviera e il Macchione, risaliamo ancora, senza mai calare, infinito giro per arrivare a Colle Bandiera, unica vera cima di questi due giorni appaganti.





Se il sentiero costringe ad un lunghissimo giro a strapiombo sul paese di Fara S. Martino, è per un unico motivo di cui dovrò mio malgrado prendere atto: rocce a strapiombo sul paese non permettono il benchè minimo accesso diretto, se non nell’uscita del canyon del Fossato, da cui si entra solo da dove noi abbiamo bivaccato, la famosa Val Serviera.




Togliere le scarpe è un piacere non da poco, così come sorseggiare una meritata birra alle soglie della civiltà, lasciando che le avanzate ore del buio ancora circondano di silenzio e piacere tutti i momenti vissuti su questa incredibile ed incontrastata montagna, donatrice come sempre di entusiasmo e gradevolezza, asprezza e fatica, ma incondizionatamente appagante.


Ci torneremo presto su questa sconfinata beltà!


Prima..di tutto







CALPESTANDO LA TERRA VERSO IL CIELO



VAGANDO NEL CIELO A SCOPRIRE LA TERRA





Orme come quelle che seguiamo quando siamo piccoli,orme di mio padre in montagna,orme sul terreno per non perdere la traccia,orme di animale che si perdono più avanti,orme che segui, orme che lasci.....


Nuvole che disegni a testa in su,nuvole che si rincorrono nel vento,nuvole che giocano con il sole,nuvole che si perdono nel cielo,nuvole che si abbracciano in quota....



Derspina

Il viaggio della mente




L'immagine di cento fiammelle in equilibrio su piccole lampade ricavate da lattine usate,che illuminano appena le bancarelle del mercato di Bohicon




Il viola malinconico delle Dolomiti quando il giorno le abbandona.




I mille volti della sabbia del deserto, pronti a tradire la tua memoria a ogni battere di ciglia del sole. Era rosa quella duna, un attimo fa. Ora è gialla, ma basta distrarsi un attimo e diverrà grigia.



Il dilatarsi angosciante e tenero del cielo sulla savana, il rosso che rincorre il blu per poi cedere entrambi al silenzio della notte, nera come il cuore del papavero.



Quali occhi ha la mente?

Come può vedere tutto questo?

Può inventarlo?


sì, può, ma solo dopo averlo visto accadere.

(Sensi di viaggio di Marco Aime)


Inizia la collana :   

.Perle d'autore .....

Orme - Abruzzo, la mia patria

Gli alberi
sono lo sforzo della terra
per parlare
al cielo in ascolto
(Tagore)

 
Perché racconto questa storia? Perché sono rami diversi quelli che si dividono sulla stessa pianta, ma il tronco principale da cui partono è proprio la montagna, e che montagna!
Quella d’Abruzzo, quella che ha visto crescere la mia infanzia e trasformarsi in adolescenza, quella terra che da piccola ho odiato con tutte le mie forze legate alla mia innata pigrizia, questa regione che ho amato quando il caso e la coincidenza mi ci ha fatto tornare, ormai cresciuta, e che mi ha avviato ad una passione maledetta….calcare la terra per andare verso il cielo.

Il Primo ramo: Terra d'Abruzzo
Ricordi



Abruzzo, la mia seconda patria




Dicembre 1961 : la vera data non la so, dico Dicembre perché sono nata ad Ottobre, e la prima data più probabile in cui mi sono ritrovata al paese abruzzese sarà stata proprio questa: Natale 1961. Come di consueto, infatti, i periodi canonici di vacanza erano le feste di Natale, Pasqua, e la partenza estiva da Giugno ad Ottobre fino a quando, cioè, ricominciavano le scuole, ma talvolta anche oltre queste date. E a meno di abbandonare le figlie a Roma, mia madre ci ha sempre portato con sé, qualunque sia stata l’età.

La prima branca di vita, quindi è alla scoperta di questo strano mondo in forma vacanziera, rilassata, infantile.
Le origini ciociare ci obbligavano in qualche modo a passare per il paese materno prima di ogni trasferimento in terra d’Abruzzo, ma era solo il diversivo di un lungo ed interminabile viaggio fatto di curve, canti e fermate. Il perché sia stata scelta questa regione, poi, proprio non lo so. O forse sì: mio padre all’epoca lavorava a una centrale elettrica in quella regione. Nei week-end ci veniva a trovare, quando poteva.

A  Rivisondoli avevamo preso in affitto una casa sulla piazza del paese, tutto l’anno, e dopo un adeguato periodo al mare, ci trasferivamo con bauli e valigie in questa dimora, piccola, tre stanze, sala da pranzo, cucina e bagno. Il tutto troppo microbico per dodici persone, quando non quattordici, se consideravamo anche qualche cugina ospite.




Mio padre si concedeva un mese di ferie all’anno, e anche lui aveva una passione. Cercava sempre di trovare i giorni per andare in montagna, con noi, che quando non l’accompagnavamo, l’aspettavamo nella zona “franca”, dove scorazzavamo liberamente sotto gli occhi materni, mentre lui vagava per tutti i percorsi segnati su una vecchia carta IGM, studiandone la sera prima il tragitto, la logistica, il rientro.

Prima di ogni gita, anche impegnativa, consultava il tempo: prendeva un mazzo di carte, le mescolava, e cominciava un solitario. Ne faceva tre di seguito: se riuscivano tutti e tre il tempo era bello, e si poteva fare una gita impegnativa; quando le carte imbrigliavano le figure, il tempo ci avrebbe concesso solo una passeggiata nelle zone limitrofe. Se i tre solitari non riuscivano, erano dolori, e occorreva riconsultare le previsioni magari più in là. Noi eravamo tutti lì intorno ad aspettare l’esito dell’oracolo. Ancora oggi mescoliamo le carte per garantirci il benestare del responso divino: ma tre di seguito ne devi fare, altrimenti non vale!



Abbiamo continuato a frequentare paese e montagne fino al 1980, cioè fino a quando, a 3 anni dopo la scomparsa paterna, mia madre ha preferito caricarsi i ricordi e portarseli su al Nord.


Anche noi figli ormai grandi abbiamo salutato questo polmone di vita e ci siamo dedicati a giorni cittadini più frenetici. Altri dieci anni dovevano passare, per me, prima di ritornare a visitare questi monti. Il paese, ormai triste della nostra gioia infantile attenderà molto di più: la mia prima rivisitazione sulla piazza di Rivisondoli  risale al recente 2004. Per molte delle mie sorelle quel giorno ancora non arriva.

Troppi bei ricordi di un’infanzia spensierata, vissuta tra biciclette, corse, escursioni, pranzi, canti montanari, salite faticose, sciate e discese impegnative, gare e tornei, la ritirata delle mucche alle stalle, il tocco della campana ogni quarto d’ora, la pizza bianca, la nutella, le Naturella, il Topolino e la biblioteca.


Abruzzo, la mia prima patria montanara

 Abruzzo primi anni ’70, Pasqua : la mia prima scialpinistica  Monte Pratello – Aremogna 


Sole accecante, gli scintillii dei granelli di neve riflettono senza pietà la loro luce caleidoscopica. I miei occhi si colmano di queste colorate schegge luminose, impedendomi di guardare oltre, avanzando.

E’ faticoso? Non so, adesso non me ne rendo conto; ma sembra che sia rimasto nei miei polmoni un senso di libertà piena, pur non volgendo lo sguardo se non alle punte degli sci e al calore del sole.

Eppure di lassù il panorama è superbo: Serra Rocca di Chiarano si estende lungamente con la sua strapiombante cresta, adagiandosi nella parte terminale alle pendici del Monte Greco; poco sotto, nella pianura si immagina il laghetto di Pantaniello con gli stazzi, difesi l’estate da ringhiosi cani maremmano-abruzzesi, terrore di noi piccoli al solo loro abbaiare. Di fronte, la cresta del Monte Rotella, e ancora più a sinistra, si intuiscono le pendici del Monte Morrone di Pacentro.
Ma di queste consapevolezze cimose ne prenderò coscienza solo molti anni più avanti.

Oggi il mio solo pensiero è abbronzarmi come le mie sorelle, dei cui visi scuri  sono particolarmente invidiosa. Sono rimasta a letto influenzata per tutta la vacanza, e l’unico giorno in cui potevo abbronzarmi mio padre ci porta a fare questa scarpinata con gli sci! Senza pelli (non so proprio cosa possano essere), il passo torna continuamente indietro, e la fatica si manifesta con un sudore spropositato: goccioline miste a crema scivolano sul viso dentro al collo, per fortuna scoperto, considerato l’atto di vanità. Ma la Nivea entra negli occhi: “Anna, mettiti gli occhiali”, il consiglio deciso di mio padre. Faccio finta di non sentire. Figuriamoci se mi metto quegli occhialoni, che poi mi si vede il segno del bianco che spicca sull’abbronzatura. Se mi impegno, forse oggi ce la faccio a recuperare il colore nero delle mie sorelle. “Anna, rimettiti la crema!”. Ci mancavano anche questi assurdi richiami, io che non sopporto creme, figuriamoci oggi che devo salvare la mia vanagloria!

Sole implacabile, più avanzo faticosamente con le gambe – ma chi me l’ha fatto fare, oggi, a venire a questa traversata, che stavo tanto bene giù ad aspettare al sole dell’Aremogna? – e più regalo il viso al sole, gli occhi chiusi, il pianto del sudore sulla pelle che scivola via dentro al corpo.

Di questa splendida giornata ricordo questo, e la sera, un dolore acuto agli occhi: tanti aghi che mi costringono a tenerli chiusi e a fare impacchi di camomilla. Dolore atroce, pelle ingrossata come quando il pugno ha scelto giusta la sua direzione. Anche sulle guance, gonfie sono le vesciche piene d’acqua.
Di nascosto mi guardo allo specchio: però, Anna, che abbronzatura!
Mi sa che veramente ne è proprio valsa  la pena!