“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)
..“Nella
grande famiglia delle lingue indoeuropee, un posto di primaria importanza
spetta al sanscrito, lingua dotta di un'antica e illustre civiltà quale
l'indiana, nonché tramite di una letteratura vastissima, di alta qualità
letteraria, profondità filosofica, intensità religiosa. La parolasaṃskṛtasignifica «perfetto» “... (dalla
rete)
Durante il periodo coloniale britannico
in India, Shimla fu chiamata dagli inglesi SIMLA. Riacquistò la consonante che
indica il vasto respiro solo dopo l’indipendenza dal dominio europeo.
In una giornata bigia, assaggiamo la
burocrazia indiana al cospetto di un caldo soffocante, l’apparato
amministrativo ci aveva già messo a dura prova nella compilazione on-line del
visto, un prova e riprova fino a che sei fortunato.
Ma oggi siamo pazienti e ci
garantiamo tutto l’itinerario fino alla valle dello Spiti; la cappa di umido ci
accompagnerà anche nelle foto, senza contrasto, nebbie sospese fino a sera,
vapori umidi in una città dai muri colorati, dai cappelli di panno, dagli
edifici inglesi, con i suoi templi, il suo verde e i suoi bazar.
Città in salita, che eleva i suoi dèi
sopra tutto: spicca fuori dal verde il dio scimmia, Hanuman, ma nel confronto
vince la semplicità dell’essere di Indira Gandi.
Nel monotono grigiore del cielo sfilano
ai nostri occhi gli edifici storici inglesi, espressione decadente di un
colonialismo lontano, oggi abbandonati alle intemperie o alla volontà filantropica
di qualche benestante che così richiama il passato di vecchi splendori alla
corte di governativi facoltosi.
Ritrovare sul cammino la magnificenza
del verde che circonda il Viceregal Lodge, oggi sede di dell’Indian Institute
of Advanced Study, è quasi opprimente:
l’altezza dei maestosi alberi secolari
raggiunge e supera quella dell’edificio britannico, austero all’interno come all’esterno,
e come vuole tradizione tutta inglese, circondato di una leggera e impalpabile
nebbia che rende la visita degna di un ambiente surreale simile a quello di un
vagante Harry Potter.
Il vapor acqueo inseguirà i nostri corpi
fino alla notte, dove le ombre a contrasto della luce ovattata risaltano nel
buio più nero, lasciando vagare lo sguardo sulle linee a contrasto solo in
prossimità del Kali Bari Mandir Temple, mentre un raggio di sole illumina la
cupola e il suo santuario interno, gioendo al suono della campanella.
Il mio incontro con il calzolaio di
strada salvaguarderà l’apertura definitiva delle mie scarpe, che prima della
fine di questo viaggio vedranno come padrone ben più felice volto e faticanti
piedi, in una gioia da me condivisa che ancora non mi abbandona.
La musica romantica che circonda una
coppia di giovani nel pasto serale sarà presto dimenticata dalle frastornanti
note del fiume che l’indomani andremo a ritrovare,
insieme alle nebbie più
avvolgenti nel verde montano e all’inizio di quella che sarà la strada a
precipizio più allucinante mai percorsa in un viaggio.
Leo mi stuzzica con la compagnia più che con l’itinerario: non potevo sperare di meglio raggruppando diversi amici di viaggio. E’ vero, manca qualcuno, ma considerate le numerose variabili, economiche, di tempo, di ferie, di salute e volontà, la curiosità e la piacevolezza alla fine hanno preso il sopravvento su diversi di loro.
E quindi eccomi qua, seduta di nuovo a studiare, ma non troppo, a spulciare su internet quel tanto che basta a lasciare l’aspettativa di qualcosa di bello, a fare i conti, e a garantirmi conferma che i miei amici di viaggio ci siano, se non tutti, almeno i più. E tutto questo è più che sufficiente a farmi felice, dopo un periodo veramente lungo e buio che fino a poco tempo fa ha fermato il mio intelletto e le mie volontà.
Se riesco a tornare dal viaggio senza crisi, forse l’ho superata! E anche in questo, oltre al trascorso e alla compagnia, mi aiuterà al rientro un Blogger Contest a rimettere insieme le prime parole, e a farle rifluire nei miei sentimenti e nelle mie dita.......
Himachal Pradesh - Khunzum La (passo, 4551m) e veduta panoramica sopra il ChandraTaal lake
Il titolo sul diario è “HIMACHAL PRADESH, TRA MONTI E MELE – India Orientale del Nord”; la realtà è un pò più piccola, confrontata con i colossi che ci hanno circondato, cime oltre i 6000 metri, passi a 5000, viaggio costante oltre i 3000 metri, 3-5 valli anche laterali. Le regioni sono il Kinnaur e lo Spiti, inaspettate e sconosciute.
Un amico recita “I temi del viaggio sono i paesaggi, le montagne e i fiumi, i villaggi e la gente, i monasteri”.
E così sarà: di tutto un pò; di tanto, molto: itinerario desertico sebbene costantemente si viaggi a precipizio sul fiume vorticoso, strade sterrate lambenti pareti a picco e strapiombanti, sassi pericolanti che incombono, cartelli stradali minacciosi di pericoli; valli arse dal sole, verdeggianti, avvolte nella nebbia, umide, profumate, ovunque popolate seppur l’ambiente che si attraversa è deserto.
Bandiere tibetane sventolano in prossimità di ogni casa, anche al di là del fiume agitato, senza ponte, senza legami con l’altra sponda, incongruente alla logica terrena, eppure è là, saldamente ancorata al terreno con i suoi centimetri quadrati di meli, di orto, di verde.
Sentieri che partono ma si perdono sulla montagna, massi precipitati che si bloccano in bilico, fiumi che si incrociano e si sposano in un unico letto nuziale, grande, maestoso, lento, ma ovunque di ineguagliabile potenza rotante, inesorabilmente in viaggio ......come noi......
La spinta dell’aereo è verso l’alto, il sedile è all’altezza dell’ala, ma lo sguardo è già proiettato verso questa terra sconosciuta, che tra non molto aprirà i battenti per farsi scoprire, conoscere e, alla fine, amare.
Dopo una lunga corsa a ritrovare caos, motociclette, auto contromano, Ganesh, carri trainati, covoni di paglia e tramonti, ti accorgi ridendo che le posate sono ancora nella borsa: ma si mangia anche con le mani e devi chiudere gli occhi per assaporare il gusto di una terra da poco conosciuta e che ritrovi nei suoi sapori, nei suoi aromi, nel suo piccante.
Anche la notte è la stessa, ci accoglie stanchi ma pronti a ripartire il giorno dopo, alla scoperta della nostra prima mèta: la capitale SHIMLA.
Himachal Pradesh - Khunzum La (passo, 4551m) e veduta panoramica sopra il ChandraTaal lake
Cosa c’è
dietro?
E’
sempre stata la mia immensa curiosità a spingermi oltre: su un colle, verso la
cima, arrampicando una parete, dentro ad un canyon, tra le righe di un libro, viaggiando
nel mondo, nella Storia, nella memoria.
L’empatia
ha fatto il resto: la foto scattata bucava la macchinetta, le parole correvano
sul foglio, il mio sguardo sostituiva il sorriso, le lacrime pulivano
l’emozione.
Questione
di equilibri; corsi di formazione, esperienza e vita insegnano a bilanciare e a
gestire i nostri attimi; ma qualcosa sfugge e allora siamo liberi di cercare,
di soddisfare, di scoprire, di sognare.
Il mio
punto interrogativo è sempre stato perchè?
cosa c’è oltre il cielo? Dove sparisce l’orizzonte? E dietro alle stelle?
Scatta
la risolutezza: “Ma
l’avventura che seguirà, mirata a soddisfare questa curiosità, non dovrà mai
avere lo scopo di fuggire bensì quello di raggiungere qualcosa, di appagare il
bisogno che è nell’uomo di andare oltre e di vedere, conoscere, misurarsi,
provarsi, sapere.” (In
Terre lontane, Bonatti W., 1987, Baldini & Castoldi).
Ma ci
vuole coraggio non solo ad andare, a conoscere, a capire, a raccontare. Occorre
azzerare il cervello e cancellare la parola ‘occidentale’, immergersi
totalmente nel Mondo e lasciarsi rapire da quello che è, e non da quello che
dovrebbe essere. Solo così ci sei dentro fino all’anima.
Ultima
scoperta, i colossi dell’India, le valli isolate, lo strapiombo della paura, il
bilico di blocchi rocciosi sospesi. Pietra sopra la testa, precipizi sotto ai
piedi, a valle le acque vorticose e violente di fiumi impetuosi.
Camminare
scalzi sul pavimento infuocato del Tempio riporta alla realtà, comanda il tuo
cervello a cercare un punto di equilibrio per la comprensione, la condivisione,
l’arricchimento dell’animo. Ma il nostro pensiero occidentale frena
l’immedesimazione, l’immersione totale in questa parte di mondo. E allora il ‘perchè?’ diventa altro, ha sete di ulteriore
conoscenza, differenti motivazioni, successiva ricerca.
Piango
davanti alla beltà della natura: dall’alto della dolce collina sfilano le cime
dei 6000 metri di quota. Laghetti di acqua cristallina, acqua gelata, nebbia
riflettente; strati compatti di pietra sospesi nel vuoto, mummificati e
sovrapposti nell’aria, molecole bloccate dal ghiaccio e dal freddo perenne di
quota, sminuzzate e minuscole sulla riva. Ovunque, il grido di un respiro alla
vita, anche nel più completo immobilismo della forza della natura.
Ricominciare
è sempre stato per me una sfida, dopo oltre un anno di nebbia spero che oggi diventi
una consapevolezza.
Raccontare con la musica, incontrare melodie come s’incontrano in viaggio persone, le loro storie, quelle delle loro mani, degli zigomi, del loro cammino: non ci si ferma alle note o alle parole, si va sempre al di là.........
In un volosono sulla cima del castello di Jaisalmer, richiamato dal color oro dei bastioni orlati, opachi, di arenaria gialla mista a sabbia. Un suono dolce di sarahgi attira i passanti, le armoniose note si spargono nell’aria, il sussurro del cantastorie invita all’ascolto.
Mi siedo, non credendo ancora alla fortuna che ho avuto: spalanco gli occhi e cerco di capire la lingua di quel cantore. Ci sono! E’ un CHARAN, un nomade cantore della casta guerriera dei Bardi: coloro che, girovagando, narrano le gesta dei maharaja rajput - figli di re - e delle virtù delle donne maharani.
Rimango incollato alle crome, e ad una ad una quelle soavi parole entrano nel mio cuore, rapiscono la mia mente e lentamente mi trascinano in quel mondo avvolto di veli, di silenzi, di gesta eroiche, di castelli, di sacrifici, di storie romantiche e di disperazione, di guerre e fuochi, roghi e colori, odori, saggezze e bugie, tranelli, inganni e tradimenti, magnanimità e magnificenza.
Ascolto incantato ogni vocale musicale, ed ecco che le nere sillabe si depositano su uno spartito avvolto, che piano piano si srotola a comporre la storia più lunga del Rajasthan.
Adesso intorno a lui siamo più d’uno, tutti attenti a non calpestare quel fiume di parole musicate, liberate nei secoli dalla storia di armi e di devozione, di amore e di fierezza.
Lentamente, come una favola inizia il suo lungo racconto:
PIRE E SPADE
ovvero, il coraggio delle donne rajasthane attraverso storie di donne
“C’era..., prima dell’anno mille a.C.,
..un giovane principe ambizioso, che voleva carpire il segreto dell’immortalità al suo saggio maestro. Ma il suo comportamento fu tale da far arrabbiare così tanto l’uomo, il quale, pestando i piedi sul terreno, fece un buco da cui cominciò a sgorgare una sorgente.
Intorno a quella raccolta di acqua sorsero cittadelle e villaggi, e, molto tempo dopo, il Palazzo della principessa Padmini.
Alla città così sorta fu dato il nome di “Chittaurghar, o forte di Chittor”.
Questa città-fortezza visse per diversi secoli fiera di nobili gesta, coraggio, ammirazione, valore e ardimento, tenacia e resistenza, caparbietà e sacrificio, immolazione e codice d’onore, valori intrecciati a uomini valorosi come i Rajput e alle loro cavalleresche imprese.
Tre volte resistette all’invasione straniera, tre volte dette prova di perseveranza ed eroismo: il sacrificio supremo collettivo, il Jauhar - in cui il riscatto della dignità maschile si univa al virtuosismo femminile, nell’estremo onore verso la morte collettiva per la salvezza dall’onta, - allontanò da questo orgoglioso popolo la vergogna di una disonorevole e umiliante sconfitta.
“”Narrano i Veda:
Daksa, il primo sacerdote brahamano, era stato creato da Brahma per svolgere anche i sacrifici rituali, poichè senza di essi le divinità venivano considerate incapaci di aiutare gli uomini a far sorgere il sole del mattino. Maggiori erano i sacrifici, più forte diventava la casta dei sacerdoti, garantendo la custodia della parola sacra, che doveva essere trasmessa all’umanità come “rivelazione” dalle sacre scritture dei Veda. Tutte le offerte sacrificali venivano donate agli déi attraverso l’azione di fuochi sacrificali.
Daksa aveva una figlia, SATI, che voleva andare in sposa a Shiva. Ma Shiva è un dio ambivalente , egli è infatti il Signore della vita e della morte, nemico di riti e regole. La sua natura distruttiva, intesa però non come dissoluzione ma come necessità di rigenerazione e di rinascita, viene rappresentata dalla cenere del fuoco sacrificale. Nel suo aspetto ascetico, il suo corpo è seminudo ed è cosparso di cenere; attorno alla vita indossa una cintura di teschi umani, con la quale chiede l’elemosina, e sul collo una collana di serpenti. Ma Sati lo sposò e andò a vivere con lui sul Monte Kailasa.
Un giorno, durante i riti sacrificali, il padre Daksa officiò le offerte a tutti gli dèi, escludendo però Shiva. Sati, per la vergogna, si lanciò sul fuoco, lasciandosi bruciare viva. L’ira di Shiva fu tale che, attraverso una sua orrida creazione, distrusse tutto ciò che in futuro si sarebbe contrapposto tra seguace e divinità.
Il sacrificio di Sati fu tragica usanza di immolazione delle vedove, volontaria o meno, il cui numero arrivò a corrispondere con l’ onore della fortezza: maggiori erano gli assedi e le jauhar, più grande era il rispetto per quel popolo guerriero.””
Compiere il sati a Chittor, l’incandescente ed infuocato atto di fedeltà al marito fu, per le donne nobili trascinanti, massima azione esemplare, seguita da migliaia di altre vittime innocenti: la baldanzia dei loro uomini rajput, agghindati per l’ultimo dignitoso sacrificio con vesti colorate color zafferano e ghirlande di fiori, ha finito per incantare e renderli ammirevoli agli occhi degli invasori, permettendo per tre volte una strenue riconquista del loro potere secolare.
Cadeva l’anno 1303, nel grande regno Mewar, sulle terre dei Sisodia, e la bella Padmini, sposa del principesco Ratan Singh, contemplava la bellezza del luogo circostante riflessa nelle acque del suo lago, ignara che la sua stessa delicatezza aveva già impressionato un ben altro specchio nemico, stregandolo.
Ala-ud-din, sultano di Delhi, da quel momento, decise di essere disposto a tutto, pur di conquistare siffatto splendore, e con caparbietà e tenacia spinse la già assediata Chittor al suo primo estremo sacrificio umano, avviato dalla stessa Padmini pur di non cedere al turco baratto.
Contemporaneamente, il triste e onorevole destino delle aristocratiche e principesche donne si espanse in tutti i territori del Rajasthan: ovunque veniva ospitata la casta guerriera il rito della jauhar esauriva con una sacrificale vittoria l’atroce sconfitta. La rossa testimonianza delle mani, quegli arti immersi nella sostanza colorata – l’hennè – avrebbero lasciato ai posteri storie di coraggio e virtuosismo, gloria e fedeltà, macchiando di rosso la porta, unico accesso al trionfo nemico, ultima dimostrazione di una fiera salvezza.
Jaisalmer, la città d’oro, anch’essa vide per tre volte il fuoco delle pire levarsi nell’aere saturo di sabbia, e laddove non si potè con l’incandescenza, la Khandra – valorosa arma rajput – pose fine al disonore femminile per mano stessa del regnante, sebbene il coraggioso valore militare dei guerrieri assediati rese vano il sacrificio delle reali dame, riconquistando la battaglia dopo tenace resistenza.
A rimbalzare sui territori l’eroiche gesta, anche nella città blu, l’azzurra Jodhpur, si consumò la nobile immolazione: il castello di Meherangarh, oltre a celar tesori e intrighi, segna l’illustre dinastia sulla sua settima porta: la Loha Gate, o Porta di Ferro, dove 36 mani femminili dichiarano l’olocausto di altrettante donne sacrificate per amore o condizione, quali mogli e concubine dei maharaja.
Ancora oggi, con l’abolizione del Sati dal 1829, a Jhunjhunu, al tempio di Rani Sati, si venera una donna che si immolò nella sati.
-A questo punto, gente, che ascoltate questa mia nenia, è ora che vi racconti chi, nel presente, e come me, viene girando il mondo a stanare le ingiustizie e le schiavitù, a lottare per narrar di altre donne: recluse, emarginate, punite. E’ donna piccola, Mahasweta Devi, ma ottantanni di immenso coraggio. Decisa canta con il mio mestiere le sue parole, raccolte in molte lingue e in molti dialetti, escluse dalla storia, ma che sono la storia, e nella storia le rilancia con la sola abilità di stravolgere il prevedibile, di essere ‘intoccabile’ pur appartenendo all‘alta casta; instancabile a stanare, testimoniare, oralmente tramandare, ed infine comporre destini di soprusi, miserie, crudeltà, tirannie, sfruttamento, annientamento, dolore, assurdità legati al rigido assetto sociale; decisa a ribaltare la storia per restituire la dignità, quella vera, quella non scritta, ma solo vissuta e da lei raccontata in ogni angolo e in ogni dove.-
We cannot expect miracles by Paolo Guglielmo Sulpasso
Lasciando la digressione del presente e tornando indietro nel tempo, alfine più ampia tragedia era giunta alle porte, quelle dei tre Stati però, ed un nemico ben peggiore trafiggeva gli animi leali e generosi dei rajput: dal regno persiano e dai territori turco-afgani schioccavano incessanti le multiple frecce per conquistare le ormai già provate città in conflitto.
Anche se in tutta l’India riecheggiavano le urla delle carneficine turco-afgane, gli orgogliosi guerrieri si riorganizzavano, riportando alla luce la gloriosa e cavalleresca classe per riconquistare il perduto regno. Furono loro, i Sisodia, gli unici guerrieri a resistere alla calata dei musulmani, che dapprima con i turchi e poi con i nativi in India successero con diverse dinastie al popolo hindo. I Rajput governarono con dignità e signorìa per oltre due secoli, lasciando al nemico l’onere e l’onore della conquista solo nel 1534, quando il Tigre Baber oscurò il Sole di Chittor per la seconda volta; ad evitare la duplice sconfitta, uomini e donne furono chiamati di nuovo ad infuocare cieli e territori, e i loro stessi corpi: dopo l’ennesimo jauhar, rinascita ci fu, e solerte; ma nulla potettero contro colui che ben presto diventò il più potente imperatore Mogul, Akbar Khan il Grande, il quale fece immolare per la terza ed ultima volta, nel 1567, regali principesse e fieri rana.
Ma la lealtà e la generosità, unite al rispetto per il nemico e ad altre galanti gesta dei cavalieri rajput regalarono all’astuzia e all’ingegno di Akbar l’intuizione di magnanimità e alleanza con questo fiero popolo, piuttosto che sottomissione, strategia vincente che lo fece diventare in breve un capo di tutte le sue genti, e non solo di un’unica classe.
Che io debba parlar bene di questo grand’ uomo, lo farò prontamente, per le elevate opere e imprese che innalzarono il mio popolo allo splendore in quegli anni e molti dopo ancora.
Ma prima vi voglio riportare un poco nel presente, a divagare del “l’arte di camminare” di un mio contemporaneo, tal Alvaro Cunqueiro cantore spagnolo, che ha trascinato me a rimestar tra i miei simili, pellegrini sì, ma di sol mestiere diverso. Costoro, in seguito all’ultima sconfitta di Chittor, diventarono nomadi e fabbri ambulanti, loro i LOHAR, la casta di armaioli di Chittorgarh.
La loro storia or la musico così, come colui che l’ha scritta, e che io posso sol trasferire a voi con le mie note:
‘QUALCUNO CANTA A CHITTOR’
<<C'era in India una città circondata da mura. Di lei si diceva che coronava la collina su cui era costruita come un elmo rosso cinge la testa di un guerriero. La collina era stata cosparsa di sale e cenere perché non vi crescesse nemmeno un filo d'erba. Ma ai suoi piedi scorreva un fiume dalle acque azzurre, un fiume che scendeva cantando dalle montagne più alte del mondo e sulla sua sponda sì che c'erano alberi e alte erbe, pascoli per i bufali e risaie. La collina si chiamava Chittor, la città della muraglia Chittorgarh e il fiume Gambhiri.
A Chittorgarh vivevano gli irascibili guerrieri luhar, avvolti in grandi mantelli azzurri, armati di lunghe lance, agili nella selva come la tigre o il serpente. Chi attraversava il fiume Gambhiri doveva pagare, con la borsa o la vita, o con entrambe, un pedaggio ai luhar. Ogni luhargi era un re e ogni guerriero, in sella al suo piccolo cavallo afgano, era una parte del vento che soffiava sull'immensa pianura...
Ma a Delhi stava seduto su un trono simile alla coda di un pavone un imperatore mogol, Akhbar Khan, sovrano crudele e pacifico allo stesso tempo, per il quale mille architetti avevano eretto palazzi affinché il gran monarca delle trombe d'oro potesse studiare la profonda scienza degli echi.
Tutti i giorni gli arrivavano notizie delle cruente scorrerie dei luhar, e un giorno i luhar rubarono dodici coppe di giada verde piene di tè d'autunno che l'Imperatore della Cina aveva mandato a suo cugino il Gran Mogol dell'antica Delhi.
Akhbar Khan si fece arricciare i capelli; su questo punto mi attengo a Tavernier, e con Tavernier viaggiava uno del mio paese, Seijas Lobera, turcimanno del levante, ammiraglio nel mare australe magellaneo, corsaro del re cattolico, corrispondente di Newton e di Gipsy, quello della palingenesi, e membro della Reale Accademia delle Scienze di Parigi. Tavernier spiega cosa facevano i Khan di Delhi quando partivano per la guerra: innanzitutto s'arricciavano i capelli. Subito dopo gli portavano davanti un giovane elefante e di fronte a quel simbolo di lunga vita e di infallibile memoria, il Khan giurava di compiere queste e quelle imprese. Dopo l'arricciatura dei capelli e il giuramento, il re mogol faceva un bagno in tre oli diversi: di noce, di palma e di cocco, poi si profumava e passava tre settimane a consultare oracoli e ascoltare astrologi e, durante quei giorni mantici, toccava solo oggetti di ferro. Se le stelle e i presagi erano propizi, il Gran Mogol, con sette tuniche dalmatiche, partiva per la guerra.
Così Akhbar Khan arrivò davanti alla collina chiamata Chittor e la assediò per un anno sotto il sole, sotto le grandi piogge e un'altra volta sotto il sole e quando il Gambhiri dalle acque azzurre rimase in secca i luhar si consegnarono alla clemenza del Gran Mogol.
Il Gran Mogol, contrariamente a quanto si pensava, non ordinò di sgozzare i luhar. Fece sedere i guerrieri sconfitti sulla collina deserta e impose loro cinque divieti che i guerrieri accettarono pronunciando una sacra e solenne promessa secondo il rituale che creava, conservava e differenziava le caste e le sottocaste in India.
(Molte caste nascono per esclusione, iscrizione a un mestiere, a un'arte o a un lavoro e, generalmente, la casta così nata promette, nel caso di ascrizione per punizione, di attenersi alle proibizioni, le quali diventano quindi "volontarie", a guisa di voti religiosi; in tal modo, secondo Kane, si otteneva "che una casta si autocontrollasse per evitare il sacrilegio e lo spergiuro, peccato destinato a ricadere su tutta la casta, che sarebbe stata punita nella sua totalità per una sola violazione individuale").
I luhar, davanti al Khan,accettarono di non allontanarsi dalle strade, di non salire mai più a Chittorgarh, di non attraversare il fiume Gambhiri, di non costruire case durature, di non attingere acqua ai pozzi e di non cantare. Ruppero sulle ginocchia le lance di bambù i luhar sconfitti, sotterrarono i morti e si incamminarono sotto una luna enorme e gialla...
Sono passati quattrocento anni da quel giorno.
Adesso, in virtù della legislazione del Congresso indiano sulle caste, il Pandit Nehru è andato a Chittor e ha ricevuto sulla porta di Chittorgarh i tremila guerrieri discendenti degli antichi Godulia Luhar che ancora percorrevano le strade senza allontanarsene; ha annullato i divieti di Akhbar Khan e i luhar hanno ritirato le sacre promesse e sono entrati nella fortezza con le loro lance nuove, hanno attraversato il fiume in barca e coi carri, hanno bevuto l'acqua dei pozzi, hanno messo il primo mattone di una casa a Chittor e uno di loro ha cantato una canzone, una canzone d'amore e di guerra, la stessa che quattrocento anni prima cantava ogni luhargi che partiva in cerca di battaglia e di bottino...
Tra tutte le proibizioni e promesse, credo che la più dura da mantenere sia stata quella di non cantare. Provare amore e non cantare. Sentire gli uccelli che cantano e non cantare. Sentire la gente che canta per strada e non unirsi al canto. Tenere in braccio un bambino appena nato e non potergli cantare, madre, una ninna nanna. Che labbra buie con quattrocento anni senza canzoni! Se ho raccontato la storia dei luhar, di cui si parla in questi giorni sui giornali, è solo per questa ragione: perché dopo quattrocento anni di sete, di sete di canzoni che forse è ancora peggio della sete d'acqua, qualcuno canta a Chittor... Non c'è mai stato un re più crudele di Akhbar Khan, il Gran Mogol di Delhi.>>(..diAlvaro Cunqueiro) - Tutti i diritti riservati agli eredi)
A voi che mi ascoltate, se alla fine il mio racconto è stato questo, sappiate che io canto fantasie, le saghe eroiche e le bellezze di un fiero popolo e della sua arte, compresa di bugie e dolci inganni.
Può esser che realtà non sia pur vera, di questo me ne scuso ma così è giunta alle mie orecchie e alla mia gola, nel divertirvi io mi riscatto, e ad incantare un pubblico ‘sì attento, è facile oltremodo,..... ed io l’ho fatto!
E se a seguirmi ancor continuerete, non due, ma mille storie come questa ascolterete..................
Delhi: 17 milioni di abitanti, 17 milioni di teste pensanti.
Delhi: 10 milioni di risciò, tuc-tuc, biciclette, macchine, camionette, motorette, motorini, carrelli spinti a mano, carri, pulmini, camion, furgoni.
Delhi: 7 milioni di gente a piedi.
Incidenti: nessuno. Anche i neonati sono parte del caos cittadino.
E’ un unico frastuono quello che si sente attraversando la città: un lungo e assordante strombettare di clacson, in un ordinato e convergente disordine meccanico.
Tuc-tuc da tre, sei posti in su straripano di carne umana fino all’inverosimile, tre persone davanti con il guidatore che molto spesso ha una gamba fuori della vettura.
I mezzi si sfiorano fino alla larghezza di un capello, si evitano con maestria e perizia, corrono all’impazzata verso mète che sanno solo loro, lungo percorsi che si presume siano i più convenienti.
Macchine strombazzanti chiedono la strada; camion caracollanti stracarichi di tutto, lenti come lumache, hanno a loro vantaggio un’unica scritta colorata sul retro “ BURN UP, PLEASE”, ed altro non possono fare.
E la popolazione non se la fa scappare questa occasione d’oro: ogni guidatore di qualsiasi mezzo ha un clacson, ciascuno di loro vuole incidere nella vita, dimostrando la propria presenza con un effervescente suono, e ci riesce. Qui le caste non contano, chiunque può andare, chiunque può suonare per confermare di essere.
Dall’alto del nostro pulmino, osserviamo sbalorditi quella ridda di baccano e colori, movimenti e partenze, salite e discese, corse ed affanni: i guidatori di motorette tutti con il casco in testa, il loro seguito è una donna che stringe un piccolo, di traverso, senza difese. Con la testa, ma senza casco.
Impotente guardi quel marasma di ferro, carne, colori, pazzia, frenesia, assurdità.
Tutti confluenti in un unico budello asfaltato.
Tutti impazziti in una sola direzione.
Gigantesco fluido umano in movimento.
La risata parte dal cuore: siamo fermi al semaforo, e scintillando di chiaro, la scritta RELAX dentro il disco rosso invade tutta la sfera di fermata, e finalmente ti tranquillizzi anche tu.
Infatti fino a quel momento avevi lo stomaco tirato, gli occhi piccoli e stretti, come a voler diminuire al minimo il percorso della loro chiusura, la mano sempre tesa per allontanare il vicino del vicino, nel timore che in quella girandola meccanica qualcuno ci rimetta la vita. Un europeo a Delhi è fortemente a rischio infarto!
Ma appena fuori città, si spalanca il mondo della strada: pellegrini a piedi, fabbriche di mattoni a cielo aperto, con le loro elevate torri incandescenti di calore, terra magistralmente tagliata, case dello stesso fango tirate su come ricoveri per i lavoranti, pile ordinate di mattonelle argillose a tappeto attendono di essere distribuite in tutto il paese da rilassati dromedari trascinanti carretti su gomma, colmi di qualsivoglia materiale edile: blocchetti, sabbia, sacchi.
Laddove non regna l’agricoltura, il fango prende piede e conquista il territorio.
Durante il nostro andare sono molte le costruzioni in via di realizzazione, e nessun componente della famiglia trova scampo alla sua crescita: donne sui tetti partecipano, mattone dopo mattone, alla chiusura della loro vita, dentro il villaggio, dentro le case, nelle campagne.
Ed insieme al limo, lo sterco.
In tutte le cittadelle, nei paesi, in città, il rifiuto di vacca è sacro come l’animale: si secca, si accumula, si cura. E l’ultima tua foto è l’emblema di questo paese che sta crescendo: due colonne di blocchetti di fango, impalcate da pali di bambù sostengono in aria tutto il calore dell’inviolabile letame, a costituire la porta del paese, ad invitarti ad entrare nel loro mondo, tu che ne stai per uscire.
Siamo fermi ai binari della stazione, una bandiera rossa di traverso sventola, a ricordarti, come quando eri bambina, che il treno sta arrivando: l’emozione di noi grandi è la stessa, identica l’attesa, medesima la gara a chi per primo lo vede spuntare, a scrutare l’orizzonte per assicurarci che il vapore di quella locomotiva è lo stesso fumo che attraversa la savana, altro viaggio, altre genti, stesse pellegrine speranze.
Conversano piano ed incuriositi i casellanti, ma entusiastici sono gli urli dei viaggiatori al passaggio, uniti ai nostri gioiosi saluti.
D’intorno, gli alberi di acacia, svettanti nel paesaggio desertico, protendono le loro braccia monche al cielo - neanche loro sono esenti da quell’aura religiosa che permea la quotidiana vita di questo popolo -, tagliate fino a dove la loro massima espressione glielo consente, per scaldare e rendere produttiva ogni più piccola particella di esse; gli stessi arti che tramandano di generazione in generazione, con gesti aggraziati, poemi e drammi, epopee e saghe, princìpi e favole, religione e filosofia. Le stesse membra, che con la loro fibra, garantiscono vita ad ogni genere animale.
E come il clacson è l’emblema della città, grovigli di fili elettrici corrono lungo tutto il paese ad illuminare il resto del pianeta indiano:
la tenue luce che rende Jaisalmer cittadella da favola delle Mille e una notte;
quella vivida che scintilla sullo sfarzo d’oro dei tesori nei castelli;
quella eterea, che comunica all’Universo che esiste questo mondo.
Pali e fili prepotentemente abbracciano e inglobano lo spazio costituendo la brillantezza di tutte le tue foto.
Ma fili di rame, mattoni, internet e STD// ISD sfumano nelle campagne coltivate, dove una coppia di buoi, esortata dal suo padrone, gira in circolo a smuovere catene di maglie e bielle di un mulino ad acqua, dal sapore antico, dalla realtà sconvolgente: una ruota dai secchielli equidistanti tira su l’acqua per i campi gradonati.
Acqua circondata e protetta da pietre come un tesoro, trasparente liquido che pesa sul capo delle donne, che assicura il soffio vitale quando è custodita in quelle anfore fuori ogni porta, ad indicare calore familiare, candore, sudore, vagabondaggio.
Espressione di sussistenza, pulizia, guarigione.
Alternarsi di fame e ricchezza, di staticità e nomadismo: dall’acqua nasce una pianta, che sfama l’uomo e l’animale, e blocca l’avanzata del deserto; ferma è libera di accumularsi nelle lacune e negli stagni, dove intorno pullula la vita contadina, ma dai suoi abitanti viene intrappolata nei canali che diminuiscono le falde.
La sua carenza è inizio di incessante pellegrinare in giro per le campagne di pastori e contadini, vaganti, alla continua ricerca di questa sostanza essenziale, i quali abbandonano i villaggi e lasciano le donne ad accudire il prezioso bene, poichè ‘dall’acqua nacque la terra, e dalla terra, il mondo e Brahma, e da lui tutti gli Dei’, nell’eterna altalena di morte e rinascita, siccità e fertilità, lordura e nettezza, di fine e di inizio, stanzialità e peregrinazione.
Sulla strada che si snoda dai templi di Ranakpur a Kumbalghar Fort, inalterabile passaggio dall’ascetico alla storia, scorre la vita allagata dei campi: muretti a secco limitano confini inesistenti, seguono in un unico sottile filo il contorno del paesaggio, la montagna, il torrente.
Nel suo immobilismo, quel mondo campestre va incontro alla vita, facendo girare le pale di mulini con le uniche ricchezze disponibili: la sacralità dell’animale e la fluidità del tesoro da far emergere, patrimonio superficiale, fortuna sommersa: “come i secchi girano intorno alla ruota idraulica, così l’uomo sempre rinasce nel grembo materno”.
Paglie rossastre assorbono i raggi del sole nel cuore degli alberi, in attesa che si compia la loro maturità, per costruire, al termine del loro ineluttabile ciclo, l’apice di un rifugio sicuro di quelle comunità rurali: le secche pagliuzze assieme alle screpolature di fangose pareti rendono antiche le umili case.
Ma solida è la convinzione che permea le strade polverose, anche dei villaggi più sperduti: se in questa, la vita prende, nella successiva darà.