“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più
lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”
(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)
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Palestina storica e nascita del Muro


 Palestina Storica



722 aC - 639 aC
  CONQUISTA SUMERA
639 aC - 587 aC
CONQUISTA ASSIRA
587 aC - 559 aC
CONQUISTA BABILONESE
559 aC -  331 aC
CONQUISTA PERSIANA
331 aC - 323 aC
CONQUISTA GRECA
323 aC - 169 aC
REGNO DEI TOLOMEI
169 aC - 64 aC
DOMINIO SELEUCIDI
64 aC - 39 aC
CONQUISTA ROMANA
39 aC - 41 dC
REGNO DI PALESTINA
41dC -  395  ...

395 - 614
PARTE DELL'IMPERO ROMANO D'ORIENTE
614 - 638
CONQUISTA PERSIANA
638 - 1099
CONQUISTA ARABA
1099 -1244
REGNO DI GERUSALEMME
1244 - 1250
DOMINIO MONGOLO
1250 - 1516
CONQUISTA MAMELUCCHI
1516 -1917
CONQUISTA TURCO-OTTOMANA
          1917 -14/05/1948
DOMINIO BRITANNICO
1917 - 1920
OCCUPAZIONE MILITARE
          1920 -14/05/1948
 Mandato della SdN (confermato dall'ONU)


Iran: il peso del Velo


……..IDENTITA’……….


In tutti i miei viaggi ho sempre calato un occhio particolare sulla condizione femminile dei paesi che sto visitando, forse per solidarietà di comprensione, o più in generale perché con le donne il linguaggio e la comunicazione è più facile per il vissuto di una stessa condizione, così come lo scambio di esperienze e situazioni.
Ultimamente, però, sono entrata in un altro pianeta, molto più oscuro, e non solo nelle sembianze, ma soprattutto nella sostanza, quello del mondo islamico, arabo, musulmano, oltre i confini del nostro occidentale. Ed il mio cervello ha fatto tilt.
E’ difficile penetrare in un mondo che resiste, che è curioso ma non comunica, che si stupisce ma non trasmette diversità, che è indifferente all’apparenza pur essendo profondamente differente. Ed in questi Paesi mi sono sentita profondamente straniera, quasi quanto mi sono sentita bianca nell’Africa nera.
Nell’epilogo del suo libro, Il mio Iran, scrive Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003:

“ Sulla mia scrivania a Teheran c’è il ritaglio di una vignetta che mi piace tenere sotto gli occhi mentre lavoro: raffigura una donna che indossa un elmetto spaziale, piegata su una pagina bianca e con una penna in mano. Mi rammenta una verità che ho imparato vivendo e che riecheggia nella storia delle donne iraniane attraverso i millenni: la parola scritta è lo strumento più potente che possediamo per proteggerci, sia dai tiranni sia dalle nostre tradizioni. Che si tratti della leggendaria Sheheradaze che si sottrae alla decapitazione raccontando mille e una storia, di poetesse femministe del Novecento che hanno sfidato con i loro versi la percezione della cultura femminile, o di avvocatesse come me che difendono in tribunale chi non ha alcun potere, per secoli le donne iraniane hanno fatto affidamento sulle parole per cambiare la loro realtà.”

Non sono iraniana, ma tenterò di descrivere le sensazioni che ho provato nell’ immergermi in questa terra così diversa nell’uguaglianza, così irrilevante alla diversità, così troppo curiosa e istintiva tanto da unire piuttosto che escludere. E se la strada porta ad un vicolo cieco, tornerò indietro per la stessa via, avendone comunque conosciuto la fine, e con ancora la voglia di uscire dal dedalo dell’incomprensione.



IL PESO DEL VELO



“Libertà di pensiero”, sono le parole del ruhani incontrato; “libertà di essere” si contrappongono le nostre; il velo sulla testa la catena per l’autodeterminazione.


Toccarsi, ridere, ballare, baciarsi, spettano solo al privato e al giorno più bello, anch’esso legato ad un contratto da anelli di monete: se prosegue per la vita diventa patrimonio, al contrario si trasforma nella chiave del lucchetto per la propria libertà. Matrimonio temporaneo è il ricatto e talvolta il riscatto delle vedove, delle donne più povere, di quelle emarginate.

Bambine con il capo coperto tengono tra le braccia l’unico essere veramente libero nella sua innocenza: occhi spalancati di un neonato che ridono del tuo sorriso, e questo lo porta ad emettere gridolini e gorgoglii comunicanti gioia. Sono loro che riconoscono lo sconosciuto, ti chiamano, ti sollecitano, e la voglia di esprimere la loro gaiezza ti spinge a rispondere con l’unico gesto veramente internazionale di divertimento.

Ma la spensieratezza è interrotta dal carico sulla testa: due lembi di stoffa che stringono il collo, lo avvolgono, lo strozzano, l’incastrano per una vita intera, e non c’è prezzo per la sua libertà, non un filo di ribellione fuoriesce da quella gola coperta, serrata, nascosta, non un alito di indipendenza si dissolve nell’aria, ma rimane intrappolato, muto, nelle 4 mura.


Frastornata ti aggiri per strada: volti troppo uguali differenziano corpi drappeggiati di nero, all’ultima moda; medesima tristezza e rassegnazione sui volti dei manichini femminili diversificano le stoffe, e dove non si vuole evidenziare l’identità femminile, la decapitazione del cervello è più che manifesta.


Ma rimangono gli occhi a comunicare al mondo che l’universo di donna non è tutto uguale, piatto, privo d’intelletto: l’incrocio degli sguardi si perde nella sete di conoscenza e comunicazione, dialogo e curiosità, urlando al mondo occidentale ciò che le parole non dicono, ma che esprimono tutto il loro volere essere donna nell’identità internazionale.

Il peso del velo ti ricorda chi sei, lo porti senza dignità, appartiene ad un altro mondo, ma ti ci stai abituando: lo tocchi, lo sistemi, vuoi essere sicura che copre quel tanto che basta a non offendere un nemico invisibile, a smorzare una voce che non c’è ma che non ti abbandona, anzi ti lega a quel pezzo di stoffa. Lo palpi, lo senti, sei più tranquilla. Il rispetto che esso crea ormai è iniettato in te, diventa quasi naturale averlo, ti senti monca a non percepirlo. I tuoi amici costantemente te lo ricordano, ma ormai è considerato parte del tuo essere in questo Paese, se vuoi condividere, seppur pesantemente ed involontariamente, la quotidianità della popolazione e comunicare con queste genti.

Ovunque incroci gli sguardi delle donne che con curiosità, ed un pizzico di stupore, vorrebbero conoscerti, e lo fanno, e tu, tra la gioia dell’incontro e la fugace incomprensione, ti senti sempre più straniera, frustrata di quella assurda incomunicabilità.

In molti ti hanno ingannata: paese pericoloso, diritti umani inammissibili, libertà negate. Tutto questo forse in parte è vero, così com’è reale anche il baratro creato tra l’occidente ed una nazione che non ne vuol sapere di prendere coscienza della propria indeterminazione.

Ma le voci di donna si sollevano anche sotto il velo nero; l’unione dei paesi forse si allontana, ma vicina è comunque quella globalizzazione che rende tutti uguali, seppur viventi in mondi diversi.

Ed eccole allora le donne che pur gestendo quotidianamente la religiosità legata a questa società e a quel sottile pezzo di stoffa, non tacciono delle ingiustizie legate alla condizione femminile, anche se inconsapevoli del loro femminismo nascente; donne che non sopportano con rassegnazione il laccio al collo del fazzoletto, ma che con lo stesso panno legano insieme speranza e determinazione a far valere in ogni campo il proprio essere donna, ed in alcuni casi, anche solo il proprio essere.

E quando cade questo fazzoletto? Quando questa aureola che reprime la giocosità di un’infanzia spensierata – perché già da adolescente devi prendere precocemente coscienza della tua inferiorità sessuale indossando l’hejab–, quando questo alone svanirà nella limpidezza dell’aria, assieme alle colombe che identificano il moto circolare della vita ed insieme ad essa  si solleveranno nel cielo delle libertà dei diritti?

Sono arrivata al muro di un vicolo cieco, il rammarico è grande, ma l’ostacolo è troppo alto per passare oltre.

Torno indietro e ripercorro la strada, ma forse occorrerà attendere un altro viaggio, o accettare la consapevolezza che ciascuno nel proprio Paese intraprende battaglie per il vivere civile, e che la mia comprensione da sola non è sufficiente ad esprimere affermazione di libertà verso quel mondo in cui ogni donna è uguale nella sembianza ma profondamente diversa nella propria soggettività.

Non credo che lo saprò mai, perché sono occidentale, e perché ormai è radicato in me quel senso di autodeterminazione che mi impedisce di vivere un cammino diverso dal mio, un tragitto che accetta il peso del velo in cambio di una vita dignitosa.

Esistenza che non spetta a me giudicare, tutt’al più comprendere.

E sono contenta di averci provato.
P.S. : mi hanno aiutato in questa ricerca di consapevolezza femminile:


Giuliana Sgrena, Il prezzo del veloFebbraio 2008
Lila Azam Zanganeh, Chi ha paura dell’Iran? - 2006
Lilli Gruber, Figlie dell’IslamOttobre 2007
Renzo Guolo, La via dell’ImamMaggio 2007
Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace 2003, Il mio Iran2006
Conversazioni con Mehran, traduzioni, modi di dire, dialoghi e scambi dal farsi all’italiano, Ottobre 2008






Iran- Metagrammi: veli,peli,teli


METAGRAMMI: VELI , PELI, TELI


Metagramma: è stato inventato da Lewis Carroll (autore di Alice nel Paese delle meraviglie): si prendono due parole che abbiano attinenza tra loro e formate dal medesimo numero di lettere. E ci si gioca.



Entro nel Mausoleo di Imamzadeh-ye-Hossein a Qazvin e rimango incantata.

I miei occhi non si staccano da quell’insieme di specchi sfavillanti, rilucenti, senza colore eppur pieni di colori. Caleidoscopici frammenti di arte e bellezza, luce e fantasia, allegria e splendore.



Sono trasecolata, mi rigiro su me stessa e sembra che sia stata catturata dal rotore di un meccanismo vorticoso, centrifugata in quello spettacolare insieme di ritagli fluorescenti che compongono disegni razionali, che imprigionano lo sguardo in una visione tridimensionale e ti fanno dimenticare dove sei.

Di colpo abbassi lo sguardo alla realtà: Giulia sta lottando con il suo improvvisato e temporaneo chador, colorato, sguisciante, immettibile. Ha perso il velo. In un luogo così sacro, dove le donne baciano la tomba, si commuovono, pregano la salma del figlio dell’Ottavo Imam, un’irriverenza turistica così evidente diventa totalmente sconveniente, e ti affretti a tenderle una mano, per districare quel miscuglio di tessuti, sottili e quasi trasparenti, impalpabili...così delicati che... non ti sei accorta che tu, il chador, non l’hai indossato proprio!
Nello stesso istante ti senti sprofondare il terreno sotto i piedi.... quei mille specchi immediatamente rilanciano in tutto l’ambiente le parole spezzate del quasi sacrilegio, l’offesa più grande in un luogo analogamente sacro, profanato dalla tua nuda e trasgressiva civiltà occidentale.
La tua disperazione viene placata da un solidale e scuro braccio teso: è la guardiana del Mausoleo che, con un sorriso comprensivo, fa lievitare il tuo corpo a livello del pavimento porgendoti quell’ àncora  di salvezza che ha le sembianze di un mantello.

Il primo impatto con quel mondo coperto - dopo tante raccomandazioni, attenzioni, preparazioni, - ti ha lasciato delusa, amareggiata nel suo primo contatto con la popolazione e con quanto di più sacro convive nella loro realtà religiosa, sociale, culturale, tradizionale.

Ma sei pronta il dì successivo a riscattare questa distratta insensibilità: nel giorno del tuo ennesimo compleanno sfoggi gli abiti del compromesso familiare : <<Te lo compro, ma non ci vai! Ok, se proprio ci vai ti presto il mio velo nero>>, le parole materne.

Ed eccomi avvolta e infagottata nella città più teologa e islamista dell’ovest iraniano, vestita di nero per essere come loro, per aiutare a perdermi in questo luogo “velatamente ostile”, per cercare di capire le parole apertamente incomprensibili e fastidiose del mullah sulle donne, la famiglia, la libertà, la negazione dell’olocausto, l’odio verso Israele.

Il velo che copre le sembianze, telo svolazzante che rende tutte uguali, quel non gesticolare per poter tenere chiusa la propria femminilità, quel portare la mano sulla bocca a tacere della propria indipendenza.

Donne che si sistemano continuamente il tessuto avvolgente, chiudono ripetutamente al mondo le loro fattezze, in un gesto che non vuole essere definitivo perché solo così si garantiscono la possibilità di indipendenza dalle loro casalinghe mura imprigionanti.
Il loro lasciapassare per vivere nel mondo è chiudersi strettamente nel telo, decidere che nella strada e nell’incontro con chi è gemella a loro è riposto il segreto della libertà  cosciente, al contrario delle donne yemenite che non escono affatto dalla loro torre d’avorio, o delle donne afgane che affidano la loro autodeterminazione e libertà al tessuto integrale,
perché “..il burqa che i taliban ci hanno imposto come strumento di negazione e umiliazione, è il nostro passaporto. Sotto il burqa siamo tutte uguali, alla frontiera .....non riescono ad identificarci...Ci vogliono come i fantasmi? I fantasmi oltrepassano i muri. Figuriamoci le frontiere.” (Zoia, militante della RAWA, Revolutionary Association of Women of Afghanistan).

Portare con eleganza il drappo scuro è un’arte: solo i manichini senza testa ci riescono, perché, anche se nella loro ordinarietà e piattezza, non si può nascondere la sensualità dell’essere donna, la tentazione della soggettività femminile, la procacità e la bellezza sensuale, l’armoniosità delle forme che geneticamente si sprigionano dall’altra metà del cielo.


Abyaneh - copyright  di onchiles

Non si rassegnano al nero le donne di Abyaneh, la loro è una rivolta colorata, vociferante, con il loro cicaleccìo in un mondo silenzioso, dove ogni parola è misurata, soffusa, sussurrata. Sono consapevoli che sono diverse, che hanno conquistato la loro diversità tra l’uguaglianza degli indumenti, che possono sfruttare la loro fiorita differenza esteriore con chi poco comprende che siamo tutte uguali, nelle azioni, nelle aspettative, nelle speranze, nelle ambizioni, nell’essere. Sorridono compiaciute e complici che non le fai la foto, ma silenziosamente la scatti alle loro spalle, semplicemente perché è una bella foto.

Sei combattuta tra quello che hai letto e quello che stai vivendo: in questa realtà di rassegnazione al terrore e negazione scopri la scelta di coloro le quali rimangono a vivere tradizioni e cultura accettando tacitamente ed inconsapevolmente il susseguirsi del silenzio e del tempo, lasciando ad altre paladine la conquista delle loro libertà con un doveroso urlo fuori confine, verso quel mondo di privazioni: quella più grande è non poter vivere liberamente nel proprio Paese, proprio lì dove la nascita della tradizione e cultura diventa legittima e si trasforma secondo l’essere, dove loro sono state strappate al cuore, agli affetti e alla speranza che in un futuro si possa tornare a far cantare il cielo della loro dignitosa soggettività.

Conoscere questo popolo a metà è sconvolgente, ti lascia sempre il dubbio su quale sia l’interpretazione giusta per affrontare un dialogo, uno scambio, una certezza, un gesto.

Vivi il rimorso di non aver stretto una mano maschile che hai abitualmente offerta, osservi con stupore donne che si recano dal parrucchiere, contraddizione palese di una civiltà nascosta sotto il velo e manifesta solo nelle mura familiari.

Ancora i nostri occhi si allargano alla incredibile vista di una sposa velata, e perché, poi?, visto che nel nostro occidente le spose sono molto più che velate!

E’ un circolo vizioso, ciò che la mente reputa inconcepibile per il nostro occidentale modo di essere, viceversa è naturalmente assurda l’incredulità per questa parte di pianeta; se per noi è una contraddizione, per loro è un costume di vita.

E allora proseguo con velature sicure, quelle che rendono il paesaggio soprannaturale, in una mattina dove il sole brilla sulla strada, fluorescente, scintillante, riflettente, abbagliante, totalmente abbacinante verso lo scuro mausoleo di Khomeini a Teheran; foschia che si posa sul nostro sonnecchiare alla luce del primo mattino, mentre il sale si confonde con la terra, si trasforma e si colora di bianco e diventa neve ai nostri occhi, creando quella confusione di visioni che bene si inserisce in questa realtà disordinata.


E sono ancora veli finissimi quelli degli atomi visibili che coprono la terra verso la Storia, infinitesime particelle di verde uranio biancastro che, attivate, sconvolgono il mondo più di ogni nostro pensiero o convinzione.

Ci pensa la luna di Kashan, grassa ma nebulosa, a non delimitare i contorni di questa trasparente violenza, circondata da un alone di gioia per la mia maturità, e tale che la sua pienezza di luce mi illumina sui tremolii della notte, scambiati per continui sussulti della terra, in realtà verificatisi il giorno successivo comunissimi rimbalzi di un frigorifero singhiozzante troppo attaccato al mio ‘peloso’ letto.

Metagramma: peli... veli....teli

Paradossalmente, il nero del velo ricoprente si trasforma, per sua ulteriore accezione, in un telo appeso al portone del defunto ad identificarsi in un festone funerario: circondare le mura di dolore per rendere evidente e partecipe con gli altri la scomparsa e la conseguente sofferenza, gridata all’esterno anche dallo sventolìo di nere bandiere.

Ancora teli separano il mondo femminile, all’entrata di zone riservate alla rivelazione della propria intimità: copiose coperte separano il nostro universo femminile da quello maschile, per garantire la riservatezza di un velo calato, di una vanità fugace, e fortunosamente liberandoti dall’angoscia di scoprire, solo contemplando una scrittura indecifrabile, quale sia effettivamente la porta giusta!

Lo stesso telo però ricompone l’unione familiare e ti invita a partecipare la calorosa ospitalità: ovunque ci sia la possibilità e un prato dove stendere un tessuto sul colore della speranza, gruppi familiari condividono l’allegria e la gustosità di un desinare, non esitando ad offrirti parte del loro nutrimento solo per spartire il loro momento di gioia. E noi si accetta con tutto il cuore quella cordiale accoglienza, che unisce linguaggi e popoli diversi sotto un unico idioma.

Il nero, il bianco, il verde. Tre colori di questo popolo, colori che contraddistinguono nell’essenza della coscienza civile e politica iraniana quella intrinsecamente religiosa: i rappresentanti e le figure portanti della società iraniana si evidenziano oltre che nel pensiero, anche nell’indumento regale.
Il turbante nero individua l’appartenenza alla comunità sciita di quei religiosi discendenti di Maometto, teologi e studiosi, padroni del sapere e della scienza teologica e interpretativa, oltre che spirituale;
teli bianchi fasciano il capo dei soli sacerdoti, coloro che solo professando la fede abbracciano la conoscenza religiosa;
capi verdi caratterizzano credenti che discendono solo dal Profeta, o che nella loro vita hanno intrapreso il pellegrinaggio alla Mecca.


Teli o veli, stoffe e tessuti che tinti di colori caratterizzano un Paese, lo rendono vivo, lo affermano, lo distinguono, esprimono la circostanza dell’essere e di quello che non è.


Indossarli o meno identifica l’appartenenza delle donne alla loro condizione ed al loro rapportarsi nella società: il corpo esibito e privo di veli condanna la donna all’esterno della società iraniana.
Il corpo nascosto dal velo come simbolo di anti-occidentalizzazione risolve la condizione secondo il credo e lo status religioso scelto, tessuto che diventa anonimo per la donna che non vuole essere visibile perchè credente e rispettosa delle tradizioni.
Si connota strumento di visibilità laddove l’essere femmina costringe a nascondere l’esteriore ma la rende indipendente nella sua dipendenza dal tessuto, poichè questo può essere personalizzato da ciascuna secondo il proprio gusto e le proprie battaglie, permettendo così l’affermazione della specifica soggettività anche dove questa non può essere totalmente manifesta.


Raccontare con la musica - Pire e Spade

Raccontare con la musica, incontrare melodie come s’incontrano in viaggio persone, le loro storie, quelle delle loro mani, degli zigomi, del loro cammino: non ci si ferma alle note o alle parole, si va sempre al di là.........  



In un volo sono sulla cima del castello di Jaisalmer, richiamato dal color oro dei bastioni orlati, opachi, di arenaria gialla mista a sabbia. Un suono dolce di sarahgi attira i passanti, le armoniose note si spargono nell’aria, il sussurro del cantastorie invita all’ascolto.


Mi siedo, non credendo ancora alla fortuna che ho avuto: spalanco gli occhi e cerco di capire la lingua di quel cantore. Ci sono! E’ un CHARAN, un nomade cantore della casta guerriera dei Bardi: coloro che, girovagando, narrano le gesta dei maharaja rajput - figli di re - e delle virtù delle donne maharani.

Rimango incollato alle crome, e ad una ad una quelle soavi parole entrano nel mio cuore, rapiscono la mia mente e lentamente mi trascinano in quel mondo avvolto di veli, di silenzi, di gesta eroiche, di castelli, di sacrifici, di storie romantiche e di disperazione, di guerre e fuochi, roghi e colori, odori, saggezze e bugie, tranelli, inganni e tradimenti, magnanimità e magnificenza.

Ascolto incantato ogni vocale musicale, ed ecco che le nere sillabe si depositano su uno spartito avvolto, che piano piano si srotola a comporre la storia più lunga del Rajasthan.
Adesso intorno a lui siamo più d’uno, tutti attenti a non calpestare quel fiume di parole musicate, liberate nei secoli dalla storia di armi e di devozione, di amore e di fierezza.

Lentamente, come una favola inizia il suo lungo racconto:



PIRE E SPADE
ovvero, il coraggio delle donne rajasthane attraverso storie di donne


“C’era..., prima dell’anno mille a.C.,


..un giovane principe ambizioso, che voleva carpire il segreto dell’immortalità al suo saggio maestro. Ma il suo comportamento fu tale da far arrabbiare così tanto l’uomo, il quale, pestando i piedi sul terreno, fece un buco da cui cominciò a sgorgare una sorgente.


Intorno a quella raccolta di acqua sorsero cittadelle e villaggi, e, molto tempo dopo, il Palazzo della principessa Padmini.


Alla città così sorta fu dato il nome di “Chittaurghar, o forte di Chittor”.

Questa città-fortezza visse per diversi secoli fiera di nobili gesta, coraggio, ammirazione, valore e ardimento, tenacia e resistenza, caparbietà e sacrificio, immolazione e codice d’onore, valori intrecciati a uomini valorosi come i Rajput e alle loro cavalleresche imprese.


Tre volte resistette all’invasione straniera, tre volte dette prova di  perseveranza ed eroismo: il sacrificio supremo collettivo, il Jauhar - in cui il riscatto della dignità maschile si univa al virtuosismo femminile, nell’estremo onore verso la morte collettiva per la salvezza dall’onta,  - allontanò da questo orgoglioso popolo la vergogna di una disonorevole e umiliante sconfitta.

“”Narrano i Veda:
Daksa, il primo sacerdote brahamano, era stato creato da Brahma per svolgere anche i sacrifici rituali, poichè senza di essi le divinità venivano considerate incapaci di aiutare gli uomini a far sorgere il sole del mattino. Maggiori erano i sacrifici, più forte diventava la casta dei sacerdoti, garantendo la custodia della parola sacra, che doveva essere trasmessa all’umanità come “rivelazione” dalle sacre scritture dei Veda. Tutte le offerte sacrificali venivano donate agli déi attraverso l’azione di fuochi sacrificali.
Daksa aveva una figlia, SATI,  che voleva andare in sposa a Shiva. Ma Shiva è un dio ambivalente , egli è infatti il Signore della vita e della morte, nemico di riti e regole. La sua natura distruttiva, intesa però non come dissoluzione ma come necessità di rigenerazione e di rinascita, viene rappresentata dalla cenere del fuoco sacrificale. Nel suo aspetto ascetico,  il suo corpo è seminudo ed è cosparso di cenere;  attorno alla vita indossa una cintura di teschi umani, con la quale chiede l’elemosina, e sul collo una collana di serpenti. Ma Sati lo sposò e andò a vivere con lui sul Monte Kailasa.
Un giorno, durante i riti sacrificali,  il padre Daksa officiò le offerte a tutti gli dèi,  escludendo però Shiva. Sati, per la vergogna, si lanciò sul fuoco, lasciandosi bruciare viva. L’ira di Shiva fu tale che, attraverso una sua orrida creazione, distrusse tutto ciò che in futuro si sarebbe contrapposto tra seguace e divinità.
Il sacrificio di Sati fu tragica usanza di immolazione delle vedove, volontaria o meno, il cui numero arrivò a corrispondere con l’ onore della fortezza: maggiori erano gli assedi e le jauhar, più grande era il rispetto per quel popolo guerriero.””

Compiere il sati a Chittor, l’incandescente ed infuocato atto di fedeltà al marito fu, per le donne nobili trascinanti, massima azione esemplare, seguita da migliaia di altre vittime innocenti: la baldanzia dei loro uomini rajput, agghindati per l’ultimo dignitoso sacrificio con vesti colorate color zafferano e ghirlande di fiori, ha finito per incantare e renderli ammirevoli agli occhi degli invasori, permettendo per tre volte una strenue riconquista del loro potere secolare.


Cadeva l’anno 1303, nel grande regno Mewar, sulle terre dei Sisodia, e la bella Padmini, sposa del principesco Ratan Singh, contemplava la bellezza del luogo circostante riflessa nelle acque del suo lago, ignara che la sua stessa delicatezza aveva già impressionato un ben altro specchio nemico, stregandolo.

Ala-ud-din, sultano di Delhi, da quel momento, decise di essere disposto a tutto, pur di conquistare siffatto splendore, e con caparbietà e tenacia spinse la già assediata Chittor al suo primo estremo sacrificio umano, avviato dalla stessa Padmini pur di non cedere al turco baratto.

Contemporaneamente, il triste e onorevole destino delle aristocratiche e principesche donne si espanse in tutti i territori del Rajasthan: ovunque veniva ospitata la casta guerriera il rito della jauhar esauriva con una  sacrificale vittoria l’atroce sconfitta. La rossa testimonianza delle mani, quegli arti immersi nella sostanza colorata – l’hennè – avrebbero lasciato ai posteri storie di coraggio e virtuosismo, gloria e fedeltà, macchiando di rosso la porta, unico accesso al trionfo nemico, ultima dimostrazione di una fiera salvezza.

Jaisalmer, la città d’oro, anch’essa vide per tre volte il fuoco delle pire levarsi nell’aere saturo di sabbia, e laddove non si potè con l’incandescenza, la Khandra – valorosa arma rajput – pose fine al disonore femminile per mano stessa del regnante, sebbene il coraggioso valore militare dei guerrieri  assediati rese vano il sacrificio delle reali dame, riconquistando la battaglia dopo tenace resistenza.

A rimbalzare sui territori l’eroiche gesta, anche nella città blu, l’azzurra Jodhpur, si consumò la nobile immolazione: il castello di Meherangarh, oltre a celar tesori e intrighi, segna l’illustre dinastia sulla sua settima porta: la Loha Gate, o Porta di Ferro, dove 36 mani femminili dichiarano l’olocausto di altrettante donne sacrificate per amore o condizione, quali mogli e concubine dei maharaja.





Ancora oggi, con l’abolizione del Sati dal 1829, a Jhunjhunu, al tempio di Rani Sati, si venera una donna che si immolò nella sati.



-          A questo punto, gente, che ascoltate questa mia nenia,  è ora che vi racconti chi, nel presente, e come me, viene girando il mondo a stanare le ingiustizie e le schiavitù, a lottare per narrar di altre donne: recluse, emarginate, punite.
E’ donna piccola, Mahasweta Devi, ma ottantanni di immenso coraggio. Decisa canta con il mio mestiere le sue parole, raccolte in molte lingue e in molti dialetti, escluse dalla storia, ma che sono la storia, e nella storia le rilancia con la sola abilità di stravolgere il prevedibile, di essere ‘intoccabile’ pur appartenendo all‘alta casta; instancabile a stanare, testimoniare, oralmente tramandare, ed infine comporre destini di soprusi, miserie, crudeltà, tirannie, sfruttamento, annientamento, dolore, assurdità legati al rigido assetto sociale; decisa a ribaltare la storia per restituire la dignità, quella vera, quella non scritta, ma solo vissuta e da lei raccontata in ogni angolo e in ogni dove.-




We cannot expect miracles  by Paolo Guglielmo Sulpasso





"Trilogia del seno" e "Invisibili"  by  Ribelle Web




segue clikkando ............Qualcuno canta a Chittor