“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più
lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”
(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)
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La Via dell'acqua - I piedi nell'acqua



Burkina Faso - BENIN


L’AFRICA DEL BIANCO E DEL NERO

LA VIA DELL’ACQUA





I piedi nell'acqua




Primo vero giorno di viaggio, verso le meraviglie di Bani e il vocìo di Gorom Gorom.

Caldo soffocante, l’entusiasmo per quest’avvio di conoscenza ci aiuta a superare il disagio del trasferimento.

All’occhio non sfugge il panorama che scorre, seppur di costruzioni immobili, villaggi seminascosti dietro muri trinceranti, fienili sospesi su massi, bancarelle e piccoli negozietti, ma solo in prossimità dei villaggi. Il resto è savana, sterpaglia intrecciata di fili spinosi, aculei pungenti come le parole del capo villaggio a difesa dei suoi abitanti: la riservatezza della vita familiare e la curiosità del nostro essere diversi, ambiguità che si concretizza tra l’alternarsi di sorrisi e sguardi severi.












L’unione di paglia e mattoni non stupisce in questa parte di pianeta, dove l’acqua piovana torrenziale diventa catastrofe, e la sua mancanza tragedia, il suo continuo ristabilire un equilibrio per la vita e la sopravvivenza.

Sono incuriosita e propongo la sosta: intere spianate di mattoni allineati ci indicano la presenza di fabbriche del fango. E come dal nulla, spuntano ordinate spine di pesce accatastate di rettangoli di creta; susseguenti file di parallelepipedi ordinati su un fianco si godono il sole che lenisce i dolori e, se il lavoro è stato fatto a regola d’arte, le ferite sono chiuse ed il corpo è solido.












Anziani mastri non abbandonano i giovani al loro lavoro, ma sorvegliano in silenzio che il loro tramandare sia eseguito secondo le arti del mestiere e ci sorridono, fieri di mostrarci questa antica e preziosa tradizione.  



Il nostro cuore inorridisce alla triste realtà della creazione dell’opera: immersi letteralmente in quell’ammasso melmoso, ragazzi fin troppo giovani pestano violentemente le dure e fini particelle fino a sbriciolarle nell’acqua; la pesantezza di tirar via le gambe da quell’impasto attanagliante ed il caldo, torrido e soffocante, fanno il resto.

Incrostazioni sulla pelle che si uniscono alle crepe del terreno, l’amalgama risucchiante non lascia spazio alla lamentela, ma solo alla rassegnazione di un lavoro massacrante, culminante in quell’apporre il perimetro rettangolare su quel terreno in parte inaridito.


L’acqua benefica ha sortito un maleficio sui pori della pelle, distribuendo quella polvere asfissiante su tutto il corpo sommerso: il caldo rovente asciuga e cuoce i mattoni, così come, facendo evaporare l’umido, secca le finissime particelle che avvolgono le gambe dei ragazzi.


   

Africa in Bianco e Nero - Inseguendo l'acqua

Burkina Faso - BENIN


L’AFRICA DEL BIANCO E DEL NERO




LA VIA DELL’ACQUA

Inseguendo l'acqua


Il mio vecchio amico Sado Diarra, cosi esprimeva il pensiero dei Bambara riguardo ai Peul:

“I Peul sono un miscuglio sorprendente.

Fiume bianco nel paese dalla acque nere,
fiume nero nel paese dalle acque bianche,
sono un popolo enigmatico che degli avvenimenti capricciosi hanno condotto dal sol levante e sparso quasi dappertutto, dall’est all’ovest.”
                                                                                                                                   (Amadou Hampaté Ba)




I Peul possono essere considerati il più grande gruppo nomadico del mondo.
Chiamati Fulani dagli Inglesi e Fellah dagli Arabi, abitano tutta la regione del Sahel, in 17 paesi, dal Senegal al Sudan. La loro popolazione globale è stimata intorno ai quindici milioni.
Attualmente comprendono un gran numero di diversi gruppi che sono stati conquistati e diventati una parte dei Peul durante la diffusione dell’Islam.                   (Enza SpinapoliceDipartimento di Scienze Storiche e Archeologiche dell'Antichità- Università di Roma "La Sapienza")





Il caldo è asfissiante, il villaggio polveroso, la savana piatta e deserta. 
Carretti e muli in lontananza si avviano lenti al giorno di mercato, colorati dei vestiti delle donne, adornati di secchi e stuoie, legna e paglie.
       
E’ giorno di mercato nella città di Gorom Gorom, ma i Peul sono in viaggio da una vita, quella che li rende vaganti e liberi per l’intero Sahel, alla rincorsa dell’acqua: “Dio ha creato un paese pieno d’acqua perché gli uomini possano viverci, un paese senz’acqua perché gli uomini abbiano sete, e un deserto: un paese con e senza acqua, perché gli uomini trovino la loro anima”- recita un proverbio Tuareg – e questo popolo ne ha fatto l’essenza della sua esistenza.


I loro ricoveri ad igloo, di stuoie, erbe e fili, ciascuno circondato della propria spinosa intimità, sono stabili appena sufficientemente a farli ripartire alle prime pioggie, all’inseguimento dei verdi pascoli nigeriani per il loro bestiame, ricchezza della loro vita, scopo intrinseco del loro girovagare.

                      
Oggetti semplici compongono le fasi dei loro vagabondanti riti quotidiani: pestelli, mortai, tegami di diverse dimensioni, tutti a portata di mani forti e giovani, energiche e vibranti.


Colpi ritmici e decisi, suoni che si perdono nelle nebbie polverose della savana, vapori stagnanti e offuscati del rimestìo degli zoccoli bovini, mescolate al musicale trotto asinino, o al silenzioso passo felpato dei cammelli.


Splendori di perline colorate ed alluminio adornano il viso delle donne e delle adolescenti, per esaltare tutta l’innocenza del loro essere fanciulle, fiere delle loro preziosità, totalmente inconsapevoli dei segni marchiatori e devastanti impressi sul loro volto a riprova di un’iniziazione tanto incosciente quanto vincolante.


 

Un secolare Baobab esulta nell’aere piatto della savana diramando le sue sclerificate membra verso il cielo. Da qui si estraggono elementi vitali: spezie per il cibo e accessori per cucinare. 



Alle sue scavate e vuote pendici ragazzini imitano la sua forza e imponenza compiendo movimenti aggraziati e tenaci, mentre il bestiame ormai dissetato disordinatamente lo cinge, indifferente della sua immobilità.

Africa in bianco e Nero - La Via dell'Acqua

Burkina Faso - BENIN


L’AFRICA DEL BIANCO E DEL NERO

LA VIA DELL’ACQUA

Gocce volanti


Aeroporto: gente che va e viene, si ferma, fuma, è in fila aspettando pazientemente il proprio turno, un’unica grande sala, pochi negozi, peraltro semplicemente sbarrati. Si parlano lingue diverse, si ascolta differentemente, ci si saluta.

Al di là del vetro o del filo che tiene lontani gli avventori, al centro del Gate degli Arrivi piccole folle aspettano, con i loro cartelli rizzati: “Hotel …”, ”Meusieur ….”,  “Agency….”; individui che fino al momento dell’incontro con l’altro restano anonimi, ma che all’arrivo dei cari avviano scene di ritrovata gioia, in qualche caso anche simpaticamente starnazzante, che inevitabilmente fanno cedere alle lacrime.
Emozione di un trovarsi o ritrovarsi, condivisione senza parole di una felicità realizzata, fiume di allegria trasparente.

A fianco, poco distante, c’è l’entrata delle Partenze, spazio molto più piccolo, quasi angusto, come se la riservatezza dell’abbandono non richiedesse più che un fazzoletto di superficie. Quel pezzettino di stoffa che serve ad asciugare le lacrime del distacco, della lontananza, della temporanea perdita. Quello che si lascia è tutto lì, concentrato nelle fuoriuscenti gocce limpide sul viso, che rimarranno a rigare il volto il tempo necessario prima della loro completa e rapida evaporazione, alla temperatura di oltre 30°C.

Aeroporto di Tripoli, sala di attesa per i viaggiatori in transito: il fumo di sigaretta penetra nella pelle, arrossando gli occhi. I più sensibili cedono all’odore acre e a quel fumo oscurante, lacrimando nell’impossibilità di fuggire.
Storie di gatti si alternano a pezzi della nostra vita, risate squillanti fanno spuntare ben più cristalline gocce ai nostri occhi.

Ma non sono gioiose quelle sparse da un’intera famiglia anglosassone, madre, padre, bimbo e bimba, di fronte a noi, racchiusi in quello che sarà soprannominato ‘l’angolo degli emotivi’. Piangono a dirotto, stretti l’uno all’altro, disperati, senza il conforto di nessuno, se non del loro stesso calore e della loro enorme afflizione.
Si sa che noi Italiani siamo gli Uomini delle cause perse, i Paladini del mondo, e saremo i primi a sapere della loro condizione di transitati dannati: un’intera famiglia inglese, diretta in Sudafrica, che non può ritirare né cambiare soldi, perché hanno solo la carta di credito. E non possono uscire. Due giorni in aeroporto, senza potersi affacciare sul piazzale, senza dormire, senza mangiare.
Il tutto sotto lo sguardo inquisitore di un Gheddafi sbeffeggiante.

Ma dal transito si esce, in un modo o nell’altro, è solo questione di tempo africano, e come per gli inglesi, ci si può tornare anche abbastanza velocemente: già librati nell’aria, i motori rumorosi e poco rassicuranti del nostro aereo ci impongono un nuovo atterraggio.

E allora sono tutte nostre le lacrime di sconforto…….

FEMMES “BATISSEURS” d’Afrique

Burkina Faso - BENIN


L’AFRICA DEL BIANCO E DEL NERO





FEMMES “BATISSEURS” d’Afrique




Ormai è consuetudine che io riservi la prima attenzione dei miei viaggi alla parte femminile del pianeta che sto visitando. Forse per una presa di coscienza tardiva di me e della mia condizione sessuale, o semplicemente come scriveva un cinese, perché le donne sono l’altra metà del cielo ed essendo io una di loro mi sento con queste solidale: in un mondo prevalentemente maschilista – e non maschile – non si può sorvolare su una realtà così femminilmente conclamata.


E, soprattutto, quando la mia attenzione è catalizzata sulle donne riesco anche a percepire le variegate sfumature del mondo degli uomini, personaggi che molto spesso sono ai bordi delle pagine dei miei scritti pur essendone protagonisti: come nello Yemen, sono uomini coloro che trascorrono la giornata a masticare allucinogeni, o in Africa, quelli che riflettono sotto i grandi alberi fumando la pipa o intagliando legni, o giocano all’ombra dei camion a mancala, o sono nei campi a preparare il terreno per i lavori delle donne.


Ho visitato troppe nazioni in cui la figura femminile spiccava già in risalto poco oltre l’aeroporto: a trasportare sulla testa ogni sorta di manufatto, dalla legna, all’acqua, al cibo. Sembianza così tanto strana e inconsueta per noi occidentali che diventava immediatamente oggetto di considerazione fotografica alla stessa stregua di un animale sconosciuto, forse per via del colore diverso della pelle, o perché costituisce un bel soggetto fotografico in contrasto con la nostra realtà, o ancora perché vogliamo catturare in un colpo solo tutte le sue espressioni di vita, anche le più disperate.


La mia personale consapevolezza nei confronti delle donne l’ho avuta all’inizio del viaggio nello Yemen, quando mi sono resa conto che fotografare umani veli neri non esprimeva l’effettiva condizione vissuta da quel mondo femminile silenzioso, ma evidenziava solo l’ apparenza oscura di un modo di essere donna per poter sopravvivere ad un pianeta maschile. La stessa sensazione l’ho ritrovata in Iran, dove l’obbligo del velo può rappresentare per colei che lo indossa quell’unico spiraglio di libertà conquistata e sottratta ad un dettato religioso troppo rigido.


Questi sono alcuni dei tanti motivi per i quali nelle mie foto sono rarissime le immagini femminili, dei loro splendidi volti e delle loro magnifiche espressioni. Mi calo sempre più spesso nella loro situazione di ‘centro dell’attenzione’ così tanto da farmi sentire strana se analogamente dovessi puntare l’obiettivo contro me stessa. Questa sensazione sgradevole mi permette di non rammaricarmi troppo se non lo faccio, anche se ho una forte tentazione anch’io di metter mano all’oggetto immortalatore. Nei casi in cui fotografo un soggetto femminile, è solo per ricordarmi una percezione legata a quello scatto, o per il piacere di donare alle donne disponibili che incontro un po’ di gioia ai loro volti mai specchiati nella realtà, e che molto spesso non conoscono la frivolezza del compiacersi dinanzi alla loro espressiva immagine. Sono sempre stata ripagata per questo, sia che io abbia scattato o no la foto.


Questo del Burkina-Benin non è stato il mio primo viaggio in Africa, ma ovunque in questo continente ho avuto modo di constatare che, sebbene i lavori e gli incarichi siano diversi, l’atteggiamento delle donne nei confronti della Vita è totalizzante. Il procreare, l’accudire i propri figli, preparare i pasti, coltivare e vendere povertà, governare l’ambiente familiare, curare il bestiame, soddisfare i desideri matrimoniali sono tutte azioni che diventano il quotidiano scorrere delle giornate e degli avvenimenti, raccontati al mercato, vissuti nell’ambito dei villaggi, condivisi con chi si ha vicino, o nella solitudine dello scorrere delle ore.


La Maison du Brasil di Ouidah ci accoglie, in collaborazione con il Musée de la Civilisation del Canada, con una mostra sulla donna africana: uno sguardo puntuale su alcune condizioni femminili in Africa e nel mondo. Colleziono un altro libro da aggiungere alla mia biblioteca personale sulle donne, un altro piccolo pezzo di bagaglio culturale che peserà nella mia esistenza, ma che non sarà gettato neanche quando la schiena mi si incurverà come la più dritta e slanciata donna africana. Realtà, quest’ultima, che per adesso è solo un sogno.


E qui, nella Terra del Burkina F. e Benin la Vita è sostenuta da colei che porta sempre con sé il suo essere donna, l’essere madre con il bimbo in ventre o sulla schiena, l’essere moglie, svolgendo con le parti del corpo tutte le funzioni della vita e dell’amore, per 20 ore al giorno.
E’ colei che fatica, che si sacrifica, che gioisce, che caricandosi il peso del Biloko, la cesta che contiene i suoi strumenti quotidiani, sfama l’Africa pur non avendo nulla.


Fiumi di parole travolgono le donne africane sull’analisi della loro condizione, del ricercato senso di giustizia, dei diritti e dell’ uguaglianza, della presa di coscienza, ma è sicuramente una donna, maliana d’origine, che denuncia un’altra Africa, quella che non si scuote, quella contro la globalizzazione, contro l’egemonia di un potere straniero che ha violato l’immaginario politico e sociale di democrazia e cambiamento di tutti quei Paesi Africani che si sono liberati dalla colonizzazione, e che però sono stati nuovamente soffocati dagli interventi occidentali e da quelli dei Paesi potenti. 


Ma qual’ è la ricchezza di questi due Stati, in graduatoria competitiva per gli ultimi posti nelle classifiche mondiali per PIL, per istruzione, per sanità?
Il ‘benessere’ lo si vede dalla loro economia sociale, i mercati, che si caratterizzano più come luoghi di incontro che di scambio; dal loro sistema agricolo, che brucia la savana alla ricerca di uno spazio dove poter coltivare; dalla loro comunicazione sociale, favorendo il sorriso di una madre che si allarga al tuo saluto quando fai un puffetto al figlio; dall’indipendenza, con gli scheletri ancora esistenti di un genocidio razziale legato alla tratta degli schiavi; dalla loro economia finanziaria, con la moneta nazionale legata al cambio fisso di una moneta europea; dall’affermazione dei diritti umani, sacrificando oggi solo il mondo animale e non più quello umano per i loro riti propiziatori e religiosi; dalla compenetrazione della globalizzazione, che favorisce l’evoluzione della donna attraverso l’uso di mezzi tecnici e tecnologici, quali cavalcare la moto o l’uso di internet o del telefonino, contemporaneamente a vederle girare nude per il Paese.


Del loro patrimonio, questi popoli non hanno ricchezza da vendere o per la quale essere depredati o tenuti soggiogati dagli aiuti internazionali: i relitti dei manufatti occidentali che costellano le campagne, la savana, il paesaggio rurale sono una conferma del fallimento cooperativo istituzionale e straniero.
Strutture abbandonate laddove anche la casa in paglia e fango assume maggior valore umano rispetto al loro più solido cemento; composizioni abitative e sociali di legno e paglia che resistono al correre del tempo e delle invasioni, per una quotidiana sopravvivenza che si chiama libertà.


La denuncia di Aminata Traorè nei suoi scritti è chiara e forte contro il dominio francese e l’invasione globalizzata attuata dai potenti del mondo, lanciando una speranza sulla riaffermazione di un’altra Africa, quella che “…comincia, nelle circostanze attuali, ritornando a se stessi e sviluppando la capacità di dire <<io>> e <<noi>>.”  
E termina il suo saggio con una visione proiettata nel futuro: “ E’ il 2015. Siamo a casa di Altina, nella regione dei Dogon. Il cielo blu indaco è punteggiato di stelle che con la loro luce inondano le montagne, le pianure, le valli e i nostri cuori. I vecchi raccontano che nel passato il cielo non era così alto, e che le donne per divertire i loro piccoli raccoglievano le stelle e gliele regalavano. Che cosa non faremmo per loro? Da noi una donna che ha figli si sente ricca. Procreare vuol dire sopravvivere a se stessi, garantire la continuità del gruppo, vincere la morte…”





E da qui comincerò a raccontare quest’altra Africa, quella del Bianco e del Nero, quella che i miei occhi hanno visto nello scorrere dei chilometri, nelle orme della sabbia, nelle statue dei musei di pietra e di granito, nelle sembianze umane e  animali delle maschere, negli scheletri vaganti, nella religione difesa, nelle onde dell’oceano, nelle pipe dei Re e nel riposo dei guardiani di baobab, nel vocìo dei mercati e nella cenere della savana.





Quest’Africa che il mio corpo ha vissuto, al di là del colore della pelle