Per ritrovarli
1980
4000
8000
Abruzzo
Africa
Alta Via n.1
Burkina-Benin
Calderone
Castore
Civetta
Dallol
Dalì
Dancalia
David Maisel
Demoni
Dolomiti
Donne alpiniste
Etiopia
Gran Sasso
India
Iran
Irpinia
Israele
L'Aquila
Lazio
Maiella
Marocco
Monte Rosa
Novità e INDICE
OTT
Orme
Parco Nazionale
Perle
Poesia
Prima di tutto
Rajastan
Rava
Rutor
Sculture
Sirente
Strega
Svizzera
Toubkal
Turchia
Velino
Video
Volontariato
Yemen
acqua
alpinismo su neve
alpinisti
amici
arte
deserto
diritti
donne
empatia
escursionismo
foto
ghiacciaio
giordania
infanzia
libri
mare
medio oriente
montagna
morte in montagna
muro
nebbia e nuvole
nuvole
passione
popolo
premessa
prima scialpinistica
racconto
ricordi
scialpinismo
storia
terremoti
tragedia
trekking
viaggi
“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più
lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)
Visualizzazione post con etichetta Dancalia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dancalia. Mostra tutti i post
Dancalia: pendici dell' Erta Ale
QUANDO LA TERRA SCOPRE SE STESSA
Sulle Pendici dell’ Erta Ale
Calpesto il terreno e sento scricchiolare la terra sotto i piedi.
E’ il panico totale!
Ad ogni passo sento franare il mio corpo verso un velo di ostia che si rompe e mi trascina in questa gabbia di incertezza, da dove ne esco solo pensando che ormai posso solo andare avanti.
Sono avvolta dal buio più intenso, tenebre che circondano la nostra perseveranza a ricercare la luce dell’esplosione vulcanica.
Ma nulla di tutto ciò.
Nel silenzio di questa oscurità, solo voci mescolate all’insistente fruscio del vento, indistinte, incomprensibili, ricacciate nella notte più scura. Flebili luci vicine, troppo deboli per illuminare l’intorno, proiettano il loro fascio di luce su questo magma avvoltolato, scuro, screziato, in rilievo, ormai freddo ed estremamente sottile.
Di nuovo il passo affonda verso le nere e impalpabili viscere della terra, di questa lava che è stata espulsa da anni immemorabili e che raffreddata si è stratificata nel corso del tempo: aggrovigliata, fulminata, accartocciata, inglobando dentro e sopra di sé tutto il mondo vivente circostante.
Temperatura che non permette vita, neanche un suo avvicinamento, splendida nella sua visione ma assolutamente impenetrabile.
Non è possibile accostarsi più di tanto, l’oscurità ha inghiottito il giusto cammino, la luna è nascosta nell’orizzonte delle tenebre, e la nostra volontà è scemata via via che la sfinente salita e il digiuno si sono aperti il varco, vittoriosi sul nostro corpo.
La delusione di questo mancato ricongiungimento per molti è cocente come il ribollire di quella massa liquida, fosforescente, incandescente, sprigionante vapori umidi e penetranti. Il suo colore rosso fuoco accende l’aria, facendo immaginare di mille scintille evanescenti danzare nel calore al suono dell’aria intermittente, dispettosa, troppo briosa per voler rimanere prigioniera in quella bollente e profonda ospitalità.
La Terra suda e si scopre, gela la sua pelle raggrinzendosi, ripiegandosi, accavallando i suoi morbidi e rilucenti strati in crespature che un non vedente non riconoscerebbe alla sua esplorazione, tanto creano un furioso labirinto al tatto.
E come ciechi scaliamo la tirata collina di fronte all’eruttare di quella Terra scomposta, che occulta a nostra insaputa precipizi ed inghiottimenti, voragini e ripidità, divorando il buio più completo insieme al nostro urlo nel momento dell’evidente, anche se timidamente illuminata, consapevolezza. Sono attimi di ansia e preoccupazione per una discesa incognita e priva di luce, su terreno sconnesso e scivoloso reso tale dalla sua infida consistenza: piccole particelle che mal rassodano il solido sull’erto sentiero, e quando il piede, rilassato, finalmente ritrova il piano viene improvvisamente inghiottito da quel nuovo esile ed instabile strato di lava scura.
La stanchezza si mescola al nostro arrampicare negli ultimi passi verso i ricoveri notturni; l’avvilimento del tenebroso spettacolo prende il sopravvento, che neanche i tarallucci e vino riescono a consolare, unitamente alla speranza di una cena ben ritardata.
Invano i cammellieri giungeranno oltre tempo; ormai ciascuno di noi è impegnato a scegliere il proprio affollato giaciglio, lì sotto il cielo stellato sfondo delle oscurità più nere, mai immaginando la spettacolare alba del giorno successivo.Mentre contemplo la scura calotta riposando la stanchezza, scopro che non sono delusa, anche se il cammino per arrivare a conoscere l’intimità della Terra è stato faticoso: un’intera giornata nella tempesta di sabbia e calore, attraversamento desertico di vita inesistente, passaggio inerpicante su roccia concretizzata, aguzza, frastagliata, mista a terreno affondante.
![]() |
| by Giorgio |
Mani di bimbe alzate in questo spaventevole vuoto arido a ricercare il saluto di chi, fuggevole come noi, ricambia l’allegria di un sorriso nel deserto, nella solitudine, nella lontananza.
Il villaggio che ci ha ospitato per i preparativi dell’ascensione pullula di calma africana, con gli Afar che contemplano indifferenti la nostra frenesia dall’alto delle loro rocce, al caldo della giornata che scema, unico baluardo a difesa della loro sopravvivenza.
Un sentiero notturno nasconde l’animo, lo ricopre dell’evidenza del nostro inconscio, ci fa regredire laddove vorrebbe andare e non placa la nostra fatica. Mille parole di incoraggiamento si uniscono nella catena verso lo spettacolo della scoperta della Terra, a formare con i suoi anelli giunti una solida guida all’essere, affinché tutti possano percepire e gioire di questa esplosiva rinascita terrena.
E sarà proprio il divampare del sole che illuminerà le nostre certezze su quella realtà cocente, avvoltolata, strabiliante, anche se totalmente concretizzata.
Erta Ale all’alba
Ripiegamenti lavici
Dancalia - vento silenzioso
Appunti deliranti di un vento silenzioso
Se il vento potesse parlare,
nessuno riuscirebbe a fermare la sua voce,
che corre libera nella piana satura della nebbia di mille particelle dispettose, disordinate, caotiche, frustanti, sferzanti, totalmente avvolgenti.
Si annuncia da lontano il suo alito: alza i mulinelli di quel Diavolo che ha in corpo; alimenta la sua danza nello sterminato vuoto;
si annoda stretto a se stesso fino ad estendersi improvvisamente e riempire così tutti gli spazi vacui con la sua cattiveria.
Se il vento potesse parlare,
sudore stratificato sulla pelle di chi accetta il suo rimbrottare,
mummificato nei secoli di deposito salino, carbonato, silicato, solforato
a disegnare strane forme in continuo, lento, inesorabile mutamento.
Se il vento potesse parlare,
disegnerebbe con mille particelle colorate caleidoscopici scenari di verdi cristallini, acidi, giallo ocra, rosso fuoco.
Figure geometriche tonde e aguzze, lisce eppur taglienti,
cangianti di colore al solo tocco della pelle, o al suo respiro ossidante.
Se il vento potesse parlare,
rimarrebbe incastrato nelle corde tese
delle esagonali figure coerenti dell’arida terra,
tenacemente ancorato all’urlo del suolo, che smuove la sua superficie quel tanto che serve a far uscire il flebile soffio di sopravvivenza: acqua evaporata all’istante dal calore della sua voce incessante,
maledettamente ribollente,
inesorabilmente riflettente.
Se il vento potesse parlare,
trasporterebbe passo dopo passo, lentamente e costantemente milioni di gocce profumate lungo la scia del corpo del cammello,
evaporate al sole implacabile di un’intera giornata e tornate a vivere all’ombra del crepuscolo,
quando stanco e annientato dall’attesa e dal peso l’animale si accoda al passo di chi lo precede, cedendo l’orma a chi lo segue,
verso l’orizzonte rifrangente perso in una palla infuocata.
Se il vento potesse parlare…..
Ma il vento è silenzioso.
Accarezza calorosamente la tua pelle nella notte meravigliosamente stellata,
attende muto di unirsi alla musica dei suoni quotidiani:
di un gallo che non c’è,
di un muezzin che non ha moschea,
di un asino che non ha muro,
di un bambino che non ha casa,
e ascoltano immobili il fruscio del suo invisibile tocco.
By Derspina Natale 2010-2011 - Dancalia - Ahmed Ela
segue con : Nera Dancalia bianca: Il calore dell'inferno
segue con : Nera Dancalia bianca: Il calore dell'inferno
Iscriviti a:
Post (Atom)

























































