Per ritrovarli
1980
4000
8000
Abruzzo
Africa
Alta Via n.1
Burkina-Benin
Calderone
Castore
Civetta
Dallol
Dalì
Dancalia
David Maisel
Demoni
Dolomiti
Donne alpiniste
Etiopia
Gran Sasso
India
Iran
Irpinia
Israele
L'Aquila
Lazio
Maiella
Marocco
Monte Rosa
Novità e INDICE
OTT
Orme
Parco Nazionale
Perle
Poesia
Prima di tutto
Rajastan
Rava
Rutor
Sculture
Sirente
Strega
Svizzera
Toubkal
Turchia
Velino
Video
Volontariato
Yemen
acqua
alpinismo su neve
alpinisti
amici
arte
deserto
diritti
donne
empatia
escursionismo
foto
ghiacciaio
giordania
infanzia
libri
mare
medio oriente
montagna
morte in montagna
muro
nebbia e nuvole
nuvole
passione
popolo
premessa
prima scialpinistica
racconto
ricordi
scialpinismo
storia
terremoti
tragedia
trekking
viaggi
“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più
lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)
Visualizzazione post con etichetta 2010. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2010. Mostra tutti i post
Dancalia: pendici dell' Erta Ale
QUANDO LA TERRA SCOPRE SE STESSA
Sulle Pendici dell’ Erta Ale
Calpesto il terreno e sento scricchiolare la terra sotto i piedi.
E’ il panico totale!
Ad ogni passo sento franare il mio corpo verso un velo di ostia che si rompe e mi trascina in questa gabbia di incertezza, da dove ne esco solo pensando che ormai posso solo andare avanti.
Sono avvolta dal buio più intenso, tenebre che circondano la nostra perseveranza a ricercare la luce dell’esplosione vulcanica.
Ma nulla di tutto ciò.
Nel silenzio di questa oscurità, solo voci mescolate all’insistente fruscio del vento, indistinte, incomprensibili, ricacciate nella notte più scura. Flebili luci vicine, troppo deboli per illuminare l’intorno, proiettano il loro fascio di luce su questo magma avvoltolato, scuro, screziato, in rilievo, ormai freddo ed estremamente sottile.
Di nuovo il passo affonda verso le nere e impalpabili viscere della terra, di questa lava che è stata espulsa da anni immemorabili e che raffreddata si è stratificata nel corso del tempo: aggrovigliata, fulminata, accartocciata, inglobando dentro e sopra di sé tutto il mondo vivente circostante.
Temperatura che non permette vita, neanche un suo avvicinamento, splendida nella sua visione ma assolutamente impenetrabile.
Non è possibile accostarsi più di tanto, l’oscurità ha inghiottito il giusto cammino, la luna è nascosta nell’orizzonte delle tenebre, e la nostra volontà è scemata via via che la sfinente salita e il digiuno si sono aperti il varco, vittoriosi sul nostro corpo.
La delusione di questo mancato ricongiungimento per molti è cocente come il ribollire di quella massa liquida, fosforescente, incandescente, sprigionante vapori umidi e penetranti. Il suo colore rosso fuoco accende l’aria, facendo immaginare di mille scintille evanescenti danzare nel calore al suono dell’aria intermittente, dispettosa, troppo briosa per voler rimanere prigioniera in quella bollente e profonda ospitalità.
La Terra suda e si scopre, gela la sua pelle raggrinzendosi, ripiegandosi, accavallando i suoi morbidi e rilucenti strati in crespature che un non vedente non riconoscerebbe alla sua esplorazione, tanto creano un furioso labirinto al tatto.
E come ciechi scaliamo la tirata collina di fronte all’eruttare di quella Terra scomposta, che occulta a nostra insaputa precipizi ed inghiottimenti, voragini e ripidità, divorando il buio più completo insieme al nostro urlo nel momento dell’evidente, anche se timidamente illuminata, consapevolezza. Sono attimi di ansia e preoccupazione per una discesa incognita e priva di luce, su terreno sconnesso e scivoloso reso tale dalla sua infida consistenza: piccole particelle che mal rassodano il solido sull’erto sentiero, e quando il piede, rilassato, finalmente ritrova il piano viene improvvisamente inghiottito da quel nuovo esile ed instabile strato di lava scura.
La stanchezza si mescola al nostro arrampicare negli ultimi passi verso i ricoveri notturni; l’avvilimento del tenebroso spettacolo prende il sopravvento, che neanche i tarallucci e vino riescono a consolare, unitamente alla speranza di una cena ben ritardata.
Invano i cammellieri giungeranno oltre tempo; ormai ciascuno di noi è impegnato a scegliere il proprio affollato giaciglio, lì sotto il cielo stellato sfondo delle oscurità più nere, mai immaginando la spettacolare alba del giorno successivo.Mentre contemplo la scura calotta riposando la stanchezza, scopro che non sono delusa, anche se il cammino per arrivare a conoscere l’intimità della Terra è stato faticoso: un’intera giornata nella tempesta di sabbia e calore, attraversamento desertico di vita inesistente, passaggio inerpicante su roccia concretizzata, aguzza, frastagliata, mista a terreno affondante.
![]() |
| by Giorgio |
Mani di bimbe alzate in questo spaventevole vuoto arido a ricercare il saluto di chi, fuggevole come noi, ricambia l’allegria di un sorriso nel deserto, nella solitudine, nella lontananza.
Il villaggio che ci ha ospitato per i preparativi dell’ascensione pullula di calma africana, con gli Afar che contemplano indifferenti la nostra frenesia dall’alto delle loro rocce, al caldo della giornata che scema, unico baluardo a difesa della loro sopravvivenza.
Un sentiero notturno nasconde l’animo, lo ricopre dell’evidenza del nostro inconscio, ci fa regredire laddove vorrebbe andare e non placa la nostra fatica. Mille parole di incoraggiamento si uniscono nella catena verso lo spettacolo della scoperta della Terra, a formare con i suoi anelli giunti una solida guida all’essere, affinché tutti possano percepire e gioire di questa esplosiva rinascita terrena.
E sarà proprio il divampare del sole che illuminerà le nostre certezze su quella realtà cocente, avvoltolata, strabiliante, anche se totalmente concretizzata.
Erta Ale all’alba
Ripiegamenti lavici
Dancalia - Il calore dell’inferno
Lo stesso calore dei raggi solari riscalda il nostro corpo disteso all’ombra delle stelle.
E’ tutto ribollente in questa terra senza speranza: le nostre inquietudini, il nostro giaciglio, persino il sapore in bocca esplode di fuoco speziato.
Giova al corpo questo continuo accaloramento: il tuffo nelle acque più che tiepide del Lago Afrera allontana gli spiriti maligni della sua triste storia, vissuta da uomini tragicamente trucidati nella ormai lontana campagna italiana durante il tentativo di scoperta, esplorazione e colonizzazione di questa parte del Continente Africano.
Arida terra nera tinta di verde, frantumata, tagliente, scintillante od opaca, venduta ai margini delle strade per la preziosità del suo calore, nero carbone nella sua sacca bianca.
Le ombre notturne calano sul nostro andare, nascondendo nel buio delle tenebre i ridondanti raggi, quelli che colorano la giornata e riscaldano l’ambiente. 
Il sole fa evaporare l’acqua della terra, lasciando vincere la siccità sul suo pianto, senza più una lacrima di commiato;
l’urlo gorgogliante delle profondità risale in superficie ad esplodere la sua rabbia contenuta per millenni, cedendo di schianto al raffreddamento dell’incontro,
contorcendosi, scivolando, accavallandosi negli strati e nella ricerca continua di una via di salvezza, vana speranza di ritrovare di nuovo quella verso gli inferi.
contorcendosi, scivolando, accavallandosi negli strati e nella ricerca continua di una via di salvezza, vana speranza di ritrovare di nuovo quella verso gli inferi.
Ma la vita è impietosa, non lascia spazi di continuità, accumula il suo calore negli strati piatti della sua raffreddata superficie, con scintillanti sì, particelle luminose, ma assai salate, troppo, per concedere anche solo la vita animale. Solo le mosche massacrano la pelle sclerificata degli stanchi animali, vagando nelle loro piaghe assetate di liquidi nutrienti a garantire loro riproduzione e breve sopravvivenza. Il raglio disperato del mulo non le allontana, lasciando che la simbiosi protegga la loro e altrui vita. Sfiniti dromedari si accasciano sul rovente tappeto salino, in attesa di un crepuscolo, anticamera di rigenerazione per una fiaccata ripartenza.
Lunghe ed infinite si snodano le carovane della vita, si perdono nella palla cocente di un sole all’orizzonte, lente ed unite dalla fatica e dalla sete, passo felpato e stanco a trascinare chili di sapide tavolette.
Lunghe ed infinite si snodano le carovane della vita, si perdono nella palla cocente di un sole all’orizzonte, lente ed unite dalla fatica e dalla sete, passo felpato e stanco a trascinare chili di sapide tavolette.E dietro, i lavoranti, quel gesto unico a sollevar le membra sul bastone per un riposo che ancora non arriva, vissuto legno che sorregge la giornata, dall’estrazione del sale all’esortazione degli animali, ed infine a sostenere la propria stanchezza.
Il costo di una giornata al calore di questa implacabile condizione è la perdita della vista, accecata dai mille scintillii di infinite particelle dure come il marmo, ed altrettanto candide;
Il costo di una giornata al calore di questa implacabile condizione è la perdita della vista, accecata dai mille scintillii di infinite particelle dure come il marmo, ed altrettanto candide;

milioni di piccoli frammenti che si perdono nell’aria già piena dell’aridità e del seccume, asciutta come i corpi degli uomini che per guadagnare qualche birr lasciano evaporare quel poco di umidità che ancora contiene il loro corpo.

Terra spaccata con attrezzi rudimentali ma efficaci, sollevata dalla forza delle braccia di chi spinge con potenza e con bastone oltre la coltre fangosa, ormai asciutta e ardente dell’infuocata aria; accovacciati all’altezza del terreno, uomini scalpellano mattonelle rigorosamente perfette in lunghezza e larghezza, quel tanto che basta a rendere pesante e faticoso il fardello dell’animale.
Così dall’alba al tramonto, dove solo il buio dilata con misero contributo il calore di una giornata infernale, resa ancora più rovente da quel vento perfido che nulla fa fermare, neanche l’aleatorio confine eritreo.
Senza identità, ma con fierezza lavorano gli Afar, uomini silenti che seguono la loro vita spaccando le pieghe assetate di questa martoriata terra, per cavarne ricchezza da vendere nelle lontane località d’interno ai primi mercati distanti chilometri di pesantezza e sudore, di passo animale e solitudine umana.
Nessuno è fermo su questo screpolato suolo: si sposta lo strato superficiale, si scava, si taglia, si affina, si perfeziona, si accumula, si carica, si parte.
Si attende che il mare risalga in superficie o che possa piovere ambita acqua che riappianerà tutto, per poi evaporare di nuovo alle note calde del quotidiano, torrido, balletto solare.
Si attende che il mare risalga in superficie o che possa piovere ambita acqua che riappianerà tutto, per poi evaporare di nuovo alle note calde del quotidiano, torrido, balletto solare.
Trasporta lontano verso altri luoghi la voce della sofferenza, là dove il mare si perde, o svanisce nel nulla dell’aria, o sconfina nel curvo orizzonte.
By Derspina Natale 2010-2011 - Dancalia - Ahmed Ela, piana del sale
Segue:
Dancalia - Dallol FOTO
Dancalia - Hot Spring FOTO
Quando la Terra scopre se stessa : Alle pendici dell'Erta Ale
Segue:
Dancalia - Dallol FOTO
Dancalia - Hot Spring FOTO
Quando la Terra scopre se stessa : Alle pendici dell'Erta Ale
Iscriviti a:
Post (Atom)



























































