“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più
lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”
(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)
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TREMOLII

La tapparella trema, finestra aperta, trema, ma non c’è aria, trema, spalanco gli occhi consapevole che da qualche parte la terra corre, più della tapparella;
Anna scendi, -no!-,
Anna scendi, no!-, ma quanto è lunga, il cuore batte, il cervello continua a ripetere ad ogni tremolio del letto con la velocità del pensiero: Anna scendi dal letto. Accendo la luce, ma sono certa che nel buio il lampadario oscilla, e così è.
Tra questi pensieri, il tempo che passa, e il gesto di accendere la sveglia: le 3.36. Da qualche parte sono consapevole che l’orologio si è fermato, così come spero solo in qualche pietra caduta.
Mi alzo, non ho sognato, guardo tra le righe della tapparella, dall’alto del quinto piano: luci accese di chi è rimasto in città in questo caldo agosto, e ho la certezza che qualcosa di tragico è successo. Cerco sul telefono la voce ‘terremoto Roma ora’, e mi rimanda a un terremoto a Roma nord. Mi tranquillizzo, Roma non può essere al centro di terremoti, sarà sui Castelli, corrono i pensieri mezzi addormentati, quella sorta di dormiveglia che dovrò presto interrompere di nuovo, bruscamente: tra il recepirla e mettermi sotto la trave non passa alcun istante, o forse troppo….La porta batte ritmica sullo stipite, la tapparella continua a tremare.
La triste certezza è confermata dalla televisione: Arquata del Tronto, Amatrice, Ascoli Piceno. Tutti nomi conosciuti, l’unica persona di cui ho certezza che sia sveglia mi risponde prontamente, rimaniamo sveglie fino a oltre le cinque del mattino; poi il triste risveglio in mezzo alla tragedia, scene già viste, già vissute, l’orrore delle perdite, il pianto dei sopravvissuti, la certezza di una vita ormai diversa dai propri desideri, la gioia di essere ancora vivi, scampati ad un buio raggelante, la speranza di ritrovare i cari, di saperli vivi, i soccorsi.

Arquata, Arquata, il nome batte martellante la mia testa, poi come un lampo si illumina: Arquata è il paese di partenza per fare la traversata dei Monti della Laga, quel lungo tragitto in cui ho calpestato terra rossa, bagnata, ho visto l’arcobaleno dopo un temporale, la corsa dei cinghiali, ho caricato sul mio zaino la gioia di percorrere chilometri di beltà a cavallo del cielo, la fatica, l’incontro con chi termina il suo giro ad Amatrice, in un lungo anello in cui l’animo trova pace solcando squarci di bellezza avvincente. Arquata è anche il bivio per salire agli incanti dei Monti Sibillini, alla Piana di Castelluccio, al Monte Vettore, ai confini Umbro-Marchigiani. Una bellezza incassata in magnificenze naturali, contemplata tutte le volte che l’animo cercava la sua pace nella vastità dei monti e dell’ambiente più puro.

Amatrice, lunga strada assolata, in salita, case garbate, vita tranquilla, ai piedi di spicchi di verde, un ponte la raggiunge, e prima del ponte l’ospitalità della sua gente, luogo dove noi montanari amiamo rifocillarci.

Ricordi, passato, che si trasformano nel presente, di momenti felici che non potranno più essere, almeno per adesso.


Tanto ci dà la montagna, ma quanto si riprende……

Alle soglie del sole







Specchietti rilucenti scintillano in questa distesa bianca, dove lo sguardo non sa che giro fare: chissà perchè la neve è magica. Dove si posa tutto riflette, infiniti spazi ricolmi di una luce che non c’è, il bianco è ‘vuoto’, ma pieno dei suoi splendidi colori.
Contemplo affascinata questo leggero posarsi sui rami degli alberi, il sole che invita con i suoi raggi a spegnere la luce e a trovare il contrasto, a inseguire le linee a contorno di questa delicata pienezza, scintillando di caleidoscopici bagliori ad ogni impercettibile movimento dello sguardo.


Anna! Ci sei cascata un’altra volta in questa magnifica passione, dell’andare, del rapire con gli occhi, del creare poesia nel suo luogo naturale, del gioire della compagnia in quella landa sconfinata solitaria. Da sola con gli altri, con gli sci, quel lento movimento che eleva l’animo e il corpo, oltre che i metri di dislivello!



E l’inizio è una convinzione serale, - se vieni tu vengo anch’io -, ed è fatta. Nessuno lo dice apertamente, ma la giornata è uno schianto di sole, fresca quanto basta a lasciare i pezzi nello zaino durante la salita; tutti sci fini, esclusi i miei che scandiscono rumorosamente il passo. Ma cos’è il peso di fronte a tanta bellezza?

Lo sguardo continuamente distratto da questo depositato candore, alberi ancora appesantiti di queste leggiadre particelle, che ad ogni caduta verso il suolo si spargono soffiate nell’aria come mille scintille nel cielo.



Berretti curiosi, cinghiali affamati, religiose nicchie regalano un diversivo  a tanta beltà; le risate risuonano ovattate nella piccola valle chiusa.





Cartelli che si incrociano e si divaricano suggeriscono altre mete, la tentazione è forte, ma vince la prudenza: in fondo per qualcuno è solo l’inizio e già l’impegno si pregusta tutto!





Da questo istante mi attardo a immortalare la natura che si scopre: orme di animali alla ricerca del sostentamento, i due binari che formano la scia verso l’indefinito, l’accumularsi di soffice purezza sui rami, peso appallottolato con la grazia di un nido, rami che genuflessi nell’inchino alla natura attendono di rinvigorirsi con il calore del sole per poter catapultare lontano le bianche catene che li hanno inchinati.




Gli occhi della Duchessa

Gli occhi della Duchessa  (di Giovanni Busato)



Fossi un gufo volerei in Val di Teve. 
Su, su fino al Malopasso, oltre il quale il Lago della Duchessa è intrappolato 
tra gli avvallamenti di un altopiano tormentato, dimenticato là dall’antico ghiacciaio 
che dai circhi sommitali si aprì, devastante, la strada verso il mare. 
E’ verde scuro di acque calpestate, il lago; 
come gli occhi di Costanza che io so, essere stata Duchessa 
di queste terre bellissime e del suo Velino, 
che si erge sopra il Borgo con le sue linee perfette che sfumano nel cielo. 
Il gufo vola basso sui faggi centenari, 
luoghi di gnomi, folletti e streghe danzanti, 
tra pareti di calcare cangiante che incombono sul bosco che dirada 
verso l’alto in ripidi pascoli e instabili ghiaioni fino nel cielo dei grifoni. 
Fuori dal bosco vibra la magia dell’Appennino; in basso la pianura, 
i paesi, a volte il mare. 
Non è più andare in montagna partendo dalla montagna dove già vivi, 
è abbandonare di colpo un mondo che va dritto per la sua strada, 
e ha il viso assonnato ed indifferente della gente seduta sui tram 
che passano per Roma alle sei del mattino, 
quando i sampietrini luccicano di umidità, alla luce gialla dei lampioni 
ancora accesi anche a Campo, dove Mario scarica, per l’ennesima volta, 
le sue casse di frutta. 
Si parte dal piano, magari dal mare per trovarsi improvvisamente 
in una terra di mezzo; terra rassicurante, amica, 
come il sorriso caldo delle streghe che incroci 
ad ogni loro sguardo distolto rapido ai frequenti crocicchi, 
fonti di arcane formule. 
Il grifone vola altrove oggi. 
Come i nostri pensieri che corrono tra le mille cose che vorresti dire 
e che poi rimangono là, non dette, assieme a mille abbracci, non dati. 
Montagne di un giorno, 
perché la sera giunge troppo svelta che già ti saluti: 
“all’anno prossimo, magari prima,.. chissà” 
E una dolcissima sensazione di pura amicizia ti pervade mentre volti le spalle 
a queste terre di Mezzo e ti immergi, 
zaino in spalla, di nuovo tra la folla che sciama indaffarata. 
Ed è di nuovo notte, allegra, colorata, calma come un mare in bonaccia 
dalla superficie luminescente; 
berrei volentieri un bicchiere di vino rosso Maurizio, 
ancora uno, tra noi con le nostre splendide streghe, 
ma sarà per un’altra volta, verrà altro tempo.            

Maghi, Arcangeli e Streghe:il suono del silenzio


Maghi, Arcangeli e Streghe: il suono del silenzio.


Gran parte del lavoro delle streghe e dei maghi è "MAGIA RITUALE", in cui il potere viene concentrato e indirizzato mediante riti o cerimonie, che possono essere brevi e semplici per piccoli incantesimi, ma lunghi e complessi per altri scopi forse più ambiziosi... La maggior parte dei riti è una combinazione di diversi elementi, fra cui ripetizione di parole o suoni speciali,...
Gli Arcangeli…(…)....lavorano sull'essere umano ad un livello più sottile. Ci aiutano a sviluppare la funzione mentale, ad avere la capacità di discernere tra il bene ed il male, tra il vero ed il falso. Gli Arcangeli ci possono aiutare anche a comunicare, fattore questo molto importante nell'evoluzione dell'essere umano.L’arcangelo …..(..). E' l'ispiratore degli artisti, colui che fa risuonare alle orecchie degli uomini più sensibili l'armonia delle sfere perchè venga riscritta sotto forma di musica da ascoltare attraverso gli strumenti del pianeta Terra. (da www.bethelux.it)


Le miofibrille dei miei muscoli urlano a gran voce la loro presenza, richiamando dolorosamente la mia attenzione, e lasciando a me sola l’ingrato compito di attutirne la compagnia.

Anche se altruista non mi lascio commuovere, ormai sono in ballo a 50 metri dalla cima, e raggiungere l’arcangelo, il mago e le altre streghe è un incantesimo che mi posso permettere anche con la sofferenza che respinge il movimento.

L’inizio è stato il buio della grande città, muovendoci al chiarore del primo mattino, a rinfrescare alla memoria il volto appena conosciuto di GiovanniB., il primo arcangelo dell’Ultima Strega, e a ritrovare quelli affettuosi del mago Casmau e delle altre streghe, la Strega Maestra e l’Apprendista.

La giornata è tersa, troppo, per non lasciarci convincere a salire direttamente verso il punto più alto del Murolungo, laddove lo sguardo dominerà incontrastato le cime che spaziano dal Terminillo alla Maiella, dal Parco Nazionale al Terminillo, in un caleidoscopico volteggiare a 360° di cime, versanti, regioni, nuvole, e…ometti!

Salgo concentrata nel tratto più spettacolare di quella gola incassata, ascoltando l’illimitato silenzio delle parole mute: non un cinguettìo, non un fruscio attira la mia attenzione, ma un roboante rincorrersi di rumori afoni, rapidi e così fulminei da non riuscire ad essere catturati dal labirinto umano.

E per riempire il vuoto, i miei neuroni lasciano riaffiorare le tacite parole di una farfalla che oggi vola per sempre intorno al Dhaulagiri, quelle di Chantal Mauduit, nella sua “  scrittura del vuoto. "



Le catene legano le mani alla roccia, e la roccia imprigiona gli occhi dell’arcangelo, trasmettendo così la potenza della sua trasformazione, ora solida e compatta, già friabile e sbriciolosa, disseminandola oltremodo e ovunque in quel baratro cupo e chiuso, dove solo il letto di foglie ne attutisce l’asprezza.

Il mago ha lasciato libere di volare le sue streghe, ed è alle prese con la consueta magia rituale, catturando con la sua bacchetta l’attimo di luce e splendore dell’aria.

E finalmente lo sento, bussa da lontano lui, lo scampanellìo del vento, il richiamo invisibile delle molecole addiacciate, la patina gelata che ricopre ogni singola vena o sottile strato erbaceo delle figlie di quegli esseri decennali.
Il tintinnìo leggero dello strofinarsi delle foglie, l’una contro l’altra, è la loro risposta per impedire alla tepida brezza il passaggio, a garantirsi ancora per un attimo lo stillicidio dell’ormai esaurito fluire della sostanza vitale, quel liquido che ancora lega il picciolo al materno fusto: sventolanti e attorcigliate su loro stesse negano al calore dei raggi lo sciogliere inesorabile di quel sottile filo esistenziale.
Un concerto di suoni argentei, che colmano il silenzio e lo vestono, rendendolo regale allo sguardo, mescolando ad esso il variopinto succedersi di tutte le tonalità dei caldi colori autunnali: platani, aceri, olmi lasciano che il loro giallo, ocra, verde si distingua nell’uniforme marrone delle foglie, ormai a terra, del faggio.
Un quadro d’autore che lascia spazio al verde ormai sbiadito dei pascoli delle Capannie e all’alternarsi delle tonalità dal bianco al grigio della roccia sovrastante.

La prima pozione magica è offerta e accettata ai tenui raggi del sole, favorendo la crescita del cuore e l’energia necessaria per colmare gli spazi aerei: il sofferente cammino culmina lassù, nella beltà del vuoto sopra la testa.

Chiacchiere di streghe e maghi, ispirazione di arcangeli, calore del sole e strani strumenti accompagnano lo sguardo della decina di occhi alla conoscenza dei luoghi: magnifici anfiteatri ci invitano nelle loro ammalianti semicirconferenze; ripidi canaloni circuiscono l’arcangelo, non riuscendo però a svelargli apertamente il segreto della loro immensa potenza nell’abito invernale: lui dovrà attendere il passaggio nella valle sottostante per capirne la forza e la spietata violenza.

Tra avvallamenti e scollinamenti, radici, foglie ed invitanti inghiottitoi ghiaiosi e scoscesi, ci si immerge nel Malopasso, affiancando per tutta la sua scricchiolante calata il muto grido di una ormai riposata valanga, i cui stanchi resti resteranno per lungo tempo a memore ricordo d’incontrastata e prepotente autorità.

Di nuovo formule sussurrate dalle Streghe a riempire gli spazi vuoti del silenzio, e ancora gli arcangeli occhi a cercare un passaggio in quelle verticali pareti, dove solo gli alti fusti possono avere la gloria di ergersi tra una pietra e l’altra.

Ed infine, i magici corpi si rifocillano attuando il piano del suo Presidente, secondo solo a se stesso: accolti dalla umana e unica bontà d’animo di Angela, dai ricordi clericali ancora vivi di un’ottantenne Costanza e…da un’impervia scalata su un piatto fumante si ricostituiscono le riserve per le prossime stregonerie.

Ed il saluto di commiato delle Streghe, dove? se non in quel luogo che lascia in pace anime e santi, maghi e arcangeli, a festeggiare appieno la loro festa, nella notte di quasi luna piena, dove solo i lumini segnano la via al nuovo anno e lasciano spazio alla magia…nera.

By Derspina, l’Ultima strega

1/11/2009 – Cima del Murolungo dalla Val di Fua e Direttissima – Discesa per il Malopasso e Val di Teve.



Le Streghe passano attraverso il Murolungo 
(di Maurizio Casalini)





Gli occhi della Duchessa  (di Giovanni Busato)



Fossi un gufo volerei in Val di Teve.
Su, su fino al Malopasso, oltre il quale il Lago della Duchessa è intrappolato
tra gli avvallamenti di un altopiano tormentato, dimenticato là dall’antico ghiacciaio
che dai circhi sommitali si aprì, devastante, la strada verso il mare.
E’ verde scuro di acque calpestate, il lago;
come gli occhi di Costanza che io so, essere stata Duchessa
di queste terre bellissime e del suo Velino,
che si erge sopra il Borgo con le sue linee perfette che sfumano nel cielo.
Il gufo vola basso sui faggi centenari,
luoghi di gnomi, folletti e streghe danzanti,
tra pareti di calcare cangiante che incombono sul bosco che dirada
verso l’alto in ripidi pascoli e instabili ghiaioni fino nel cielo dei grifoni.
Fuori dal bosco vibra la magia dell’Appennino; in basso la pianura,
i paesi, a volte il mare.
Non è più andare in montagna partendo dalla montagna dove già vivi,
è abbandonare di colpo un mondo che va dritto per la sua strada,
e ha il viso assonnato ed indifferente della gente seduta sui tram
che passano per Roma alle sei del mattino,
quando i sampietrini luccicano di umidità, alla luce gialla dei lampioni
ancora accesi anche a Campo, dove Mario scarica, per l’ennesima volta,
le sue casse di frutta.
Si parte dal piano, magari dal mare per trovarsi improvvisamente
in una terra di mezzo; terra rassicurante, amica,
come il sorriso caldo delle streghe che incroci
ad ogni loro sguardo distolto rapido ai frequenti crocicchi,
fonti di arcane formule.
Il grifone vola altrove oggi.
Come i nostri pensieri che corrono tra le mille cose che vorresti dire
e che poi rimangono là, non dette, assieme a mille abbracci, non dati.
Montagne di un giorno,
perché la sera giunge troppo svelta che già ti saluti:
“all’anno prossimo, magari prima,.. chissà”
E una dolcissima sensazione di pura amicizia ti pervade mentre volti le spalle
a queste terre di Mezzo e ti immergi,
zaino in spalla, di nuovo tra la folla che sciama indaffarata.
Ed è di nuovo notte, allegra, colorata, calma come un mare in bonaccia
dalla superficie luminescente;
berrei volentieri un bicchiere di vino rosso Maurizio,
ancora uno, tra noi con le nostre splendide streghe,
ma sarà per un’altra volta, verrà altro tempo.            

Nero e Bianco


LA MIA RINASCITA:    NERO e BIANCO



Buio e luce, oscurità e chiarore, tenebre e sole, ossidazione e lucentezza, ossessione e chiarezza, nero e bianco, plumbeo e neve, terrore e libertà, offuscamento e lucidità.

Nero come la notte e la non conoscenza, bianco come il sorriso illuminato di chi ti conosce;

nere come la solitudine e l’inquietudine, bianca come la neve che ci circonda;

nera come la croce che si staglia lontano; bianca come la luce che risaltandola l’attornia;

neri sono i puntini che distanti, scivolando, si perdono in questo mare di bianco;

neri sono gli ammassi calcarei, scuri, immobili, che risaltano nel candore delle guglie immacolate, unite insieme in un unico, severo gendarme a guardia della croce, baluardo difensivo dei nostri abbracci, dei nostri sguardi, dei nostri sorrisi.

Il buio di un appuntamento, l’emozione di un ritrovamento, lo sconcerto di un mancato riconoscimento, la novità, il ricongiungimento.

Parole che scorrono come i muscoli che spingono in avanti gli sci quando il tuo corpo vorrebbe tornare indietro; parole che si rintanano dentro le tue cellule ma il cervello le rifiuta e le espelle, insieme alle lacrime e ai fantasmi, e a quella voglia di non andare avanti che solo Brunella capisce, e impedisce che prenda il sopravvento con le sue domande, la sua tenacia nei miei confronti, le sue paure che si mescolano alle mie.


Parole che non servono quando ti ritrovi nell’abbraccio di chi ti attende, nella ricerca con gli occhi dei puntini semoventi, scrutando la montagna e i suoi bordi, inghiottendo la visione degli alberi nodosi, emergenti, attorcigliati, crescenti, giganteschi, immobili eppure avvolgenti, caparbiamente ancorati al terreno, in primo piano nella scena delle incontrastate cornici sullo sfondo, ammassi di neve sospesa nel plumbeo del cielo e nell’umido dell’aria, fatue come la nostra vita, in attesa solo di cadere al calore di un abbraccio solare.

La neve compatta è adagiata sui monti, li ricopre totalmente, bianco e nero, clik e clak spalancano i ritrovati occhi di Cip e Ciop. La breve cavalcata in cresta illumina le lontane Rave, i pendii scoscesi di Pizzo Deta, i canali ripidi delimitati da frastagliati contorni rocciosi, strapiombanti, affinati nel vuoto, aggettanti sulla valle e sul mondo sottostante.

Lo stomaco si svuota di quel macigno pesante che è cresciuto in te fino ad oggi, pietruzza dopo pietruzza, che ha appesantito il cervello, che ha cristallizzato il gelo dentro, in questo freddo inverno che non vuole finire.

Ma i gesti sono i consueti: leva le pelli, ritempra il tuo corpo, siedi al calore della compagnia, spazi lo sguardo alla ricerca dei puntini e di quello che ti è mancato di più, tutto questo e oltre, il blu del cielo e sopra niente, insieme alla certezza che sei lì e non vorresti essere da nessun’altra parte, semplice frase intuita da Brunella e da lei accompagnata fino in cima.

I movimenti ritrovati:
le mani riattivate nella circolazione da nuovi guanti,
le smorfie del viso all’ennesima vescica cara un euro,
calzare gli sci,
piantare la racchetta,
la foto con le streghe per sventolare via i fantasmi,
fiaba a lieto fine raccontata con le curve,
i voli all’indietro,
la ricerca della via migliore,
l’intrigo del bosco,
la magia dei pendii e della scopa,
che spazza via il mal vissuto e vola in alto fino a ritornare, con aeree circonvoluzioni, nelle mani della sua padrona,
ad incantare altre storie, trasformandosi in penna.

Trovare nuovi amici, come Brunella e Fabio, condividere con i vecchi la ricongiunzione e la rinascita, quell’andare in su che ti riporta in te, e dagli altri.

Grazie Brunella, e…bentornata Derspina!


Essere o non esserci





Essere o non esserci, questo è l’amletico dilemma!

26 Febbraio 2006, Monte Viglio dal Crostone


Dedicato a chi non c’era, quando anch’io non c’ero.....ma regalato di cuore a chi sicuramente c’era, ed io c’ero.

Anche questa mattina la sveglia è presto. Ma mi alzo volentieri: ieri, come se Augusto mi avesse letto nel pensiero, mi telefona proponendomi un’ uscita per oggi, dove sarei voluta andare da tempo. Non ho esitato, e... sci in spalla, a provare gli scarponi nuovi.
La giornata è buona, e già dai primi passi la neve è scricchiolante. Perfetto! la discesa, almeno in fondo sarà goduriosa.

Le solite decisioni sui versanti in salita e scegliamo quello più diretto e panoramico: Giorgio in testa, un Giacomo smagliante, Anna un pò incazzosa, Augusto alle prese con l’attacco dello sci.
Poi anche Augusto prende il passo, e rimango sola a salire in uno spettacolo da sogno.
Ma di questo me ne accorgerò solo dopo: la rabbia, la delusione ed il rammarico di non essere stata da un’altra parte, per i primi minuti, ha preso il sopravvento. Non ero a divertirmi con coriandoli, stelle filanti, vino, allegria, pizzelle, abbacchio, pancetta, vino, birra, spumante, chiacchiere e risate, canti e balli, sonno, fumi dell’alcol, forse anche una spruzzata di neve che rende magica Rocca Pia, francesi, italiani, zampe sotto al tavolo e forse gli sci, in una giornata magari grigia, di nuvole costanti. Sto fantasticando.. io non c’ero, forse perchè non avvertita. E mentre salivo osservavo intorno a me, come faccio sempre d’altronde, a cercare nell’ambiente un pò di tranquillità d’animo, e a capire perchè fossi così fortemente disturbata dal fatto di non esserci stata; e mentre analizzavo la radice del disturbo, - amicizia?, conoscenza?, indifferenza? - lacrime di consapevolezza salivano ai miei occhi, sono sempre stata emotiva, ma il motivo per il quale piangevo era traslato dal fatto di non esserci al fatto di esserci.

Tutta la salita è stata una poesia, alla ricerca del sole che rendeva scintillanti i piccoli granelli di neve, vaporizzati nell’aria, minuscole goccioline perse nell’atmosfera e portate risplendenti dal vento ovunque; intrecci di rami, quelli più grossi e nodosi ad attorcigliarsi ai più fini, proiettati verso l’alto a raggiungere il cielo.

Gli alberi più sottili a formare la strada, “alti e schietti”, dritti e verticali, disegnati sul fianco dal bianco gelato della neve, e questa a sostenerne la base come un picchetto, infilato a cuneo fin nelle loro radici. E mentre sali il pendio, ripido in alcuni tratti e a strapiombo sulla valle circostante, noti una striscia bianca che un pennello perfetto ha disegnato nell’altra valle: come un imbuto, il pendio terminale raccoglie la neve stanca di rimanere in cima, portandosi appresso nel suo viaggio qualunque cosa pur di non rimanere sola, lasciando scoperte le rocce a contrasto con tanto immacolato panorama.

E non fai in tempo a riaverti dalla valle e dalle sue forze della natura che il bosco ti abbandona, per lasciar spaziare lo sguardo su un quadro mozzafiato. E mentre mi riprendevo incredula e sorpresa da questa vista ho capito perchè ero contenta di non esserci stata: Uomo – Uomo, Uomo – montagna, montagna e te stesso, te stesso e gli altri, una privazione di ciò, adesso che esiste, non avrebbe cancellato tutti i rancori.

L’occhio ha vagato senza confini dalle guglie gelate, grigie ed imperfette, innevate, frastagliate, fino alle enormi onde formate dalla neve in tempesta, caduta copiosa nei giorni passati, e cristallizzata, ripiegata, sostenuta, stuzzicata, bianca e cristallina, a volte vetrata, risaltata dalla luce ora grigia e plumbea, ora gialla di un sole uscito a capoccella al limite viaggiante delle nuvole.

Lì la consapevolezza di esserci ha mostrato la sua forza, la certezza che quella montagna è la montagna, è lo spirito che ti fa ritornare tutte le volte a faticare, a cercare con lo sguardo orizzonti che si perdono; montagna che pur essendo uguale, ogni volta è diversa, come a tirar fuori in maniera preziosa il suo instancabile essere, quel suo volersi nascondere sotto la neve, ma che la stessa neve respinge, a denudarla delle sue innumerevoli asperità.

Dal pendio in cresta, infine, lo sguardo cattura la croce, che con il suo abbraccio ti invita, a intervalli nera, stagliata contro il cielo e avvolta dalle nuvole passanti, e a tratti splendente e immacolata, abbagliata dalla luce del sole a mostrare tutti i suoi aghi bianchi, ma sempre a braccia aperte.

Sorridi all’ennesima discesa di Giorgio: uomo infaticabile che cerca la sua strada, e la trova in chilometri di curve, in salita ed in discesa, con ogni tempo e senza tempo. E’ un piacere sapere che mentre tu sali, qualcuno giungerà insieme a te, anche se ancora indietro di centinaia metri.

Prosegui affamata di zuccheri e panorama, lo sguardo a rendere più dolce la salita ed il sapore della meritata merenda, le cornici a contorno ti invitano a girovagare di qua e di là, la nebbia a farti perdere nelle sue atmosfere, e la realtà a riflettere che a migliaia di metri in su il mondo è solo tuo. Macchè, vana speranza, perchè contando, non sono solo due gli amici, ma quattro! Vedi doppio, ma non puoi stare lì a ragionare molto di non avere gli occhiali, perchè misteriosamente ti ritrovi con un quarto degli sci ed il peso del corpo attirato in avanti..... sospesi nel vuoto! L’urlo viene spontaneo e poco coerente il resto. Eppure è Giacomo giù nel pianoro che risponde al tuo richiamo, ma Augusto, uomo d’esperienza, tira dritto a disegnare una virgola, al di sopra della fossa. E tu, da brava amica, non lo abbandoni certo!

L’abbraccio in cima alla celeste croce è con Giorgio che ci ha raggiunto, insieme alla cortina di nebbia.
Ma il freddo ci invita a scendere, il primo barlume di sbiadita e sei nel pianoro, di corsa, perchè sai che devi risalire leggermente... ma hai sbagliato i calcoli: dietro-front (‘a retromarcia non si va’, saggiamente arriva il decano consiglio!), altro dietro-front e sei in linea con gli altri, o almeno speri.

La nebbia non vuole salire, e sarà la nostra fedele compagna anche in discesa, a farci pentire per i primi istanti di esserci: si chiacchiera amenamente in attesa del sollevamento della cappa, Augusto mangia e all’improvviso viene il vento, che solleva gli animi e la coltre evanescente quel tanto che basta ad affrontare lo stretto canale.

Non racconterò della discesa senza lacrime, a singhiozzi soffocati, alternati alle curve più strette che ho imparato a fare, con tanta neve sotto quanto sopra, sulle tracce dell’uno, guida e maledizione, in una sorta di rito che ormai accompagna alcune mie discese, a scongiurare un’eventuale sorte che non ha motivo di esistere (col senno di poi!).

Ed una ad una le strette curve mi portano giù, assieme al mio terrore, alle maledizioni e alla mia più grande soddisfazione: mi volto solo per guardare il vissuto muro bianco e dire a me stessa “sono contenta di esserci”.

E ancora le curve, la nebbia si è diradata e la discesa è fantastica, fino al bosco, dove tra un ramo e l’altro, la curva, lo sci piantato, il dietro front e i piegamenti, arriviamo là, dove la neve si è stancata di correre e ha depositato le sue stanche e pallide membra, …non senza aver ancora una volta voltato lo sguardo al muro bianco e al suo contrasto, incassato tra le rocce, calamita potente del tuo esserci.

Il bosco è godurioso come immaginato, fino ad aprirsi ai facili e candidi pendii prima della fine: la grande scivolata fino alla macchina, e già ci si entusiasma dell’opera, tra cambi, piaghe, panino e birra. E un grazie di cuore agli amici ai quali, al loro stupore interrogativo, rispondo “grazie per esserci stati”.
la vostra Derspina

Bocconi dolci e amari








Bocconi dolci e amari

28 Gennaio 2007   Gruppo dei Monti Ernici -- Monte Passeggio, Monte Fragara                    Gita scialpinistica



Figure si muovono sul filo di cresta: risaltano alla pallida luce del sole emergente dalle sottili nebbie; gli sci caracollanti sulle spalle disegnano con le punte al cielo ampi arzigogoli fantasiosi.

Il mio piede, pesante dello scarpone, fatica a calcare la traccia e a tratti scivola via, vanificando la fatica dello sforzo nel posare l’impronta. Il discorso appena iniziato con Gaspare scema, il fiato affaticato impedisce ogni altra parola, ed il fardello sulle spalle diventa sempre più pesante. I pensieri vorrebbero andare più veloci del tuo piede, ma invano trovano la via d’uscita in quella mente ingarbugliata, accontentandosi del poco spazio che hanno per sistemarsi in modo razionale ed economico....

....Ma Der, che fai, inizi dalla fine?

E‘ vero, scusate, un racconto ha la sua struttura: un preambolo, coincidente o meno con l’antefatto, il corpo, la scena madre, la fine; se si inizia dalla fine, racconti una giornata al contrario, e quella di Domenica è stata proprio dritta!

PREAMBOLO:

sole, sole, pioggia, sole... pioggia, grandine, neve...

Finalmente la furia bianca si scatena e ci siamo: si staccano gli sci dal chiodo, si curano le pelli, si recupera l’Arva, i ramponi, la piccozza. Si cambia zaino, si studiano i meteo, si va in avanscoperta, magari a piedi, per capire dove ne ha fatta di più e su che versante.
Domenica è meglio di Sabato, ma sono tutti in attesa che qualcuno dia il via!

L’ANTEFATTO

Il piatto di pasta fuma, il profumo già è perso nell’aria, impugno la forchetta benedicendo l’ora tarda, sento già il gusto in bocca e .....squilla il telefono: “Ciao Anna! che stai mangiando?” e siccome sono una donna educata, ma sincera, rispondo “Sì, certo, ma dimmi pure”.
Mentre dico addio alle mie future risorse energetiche per il giorno dopo, partecipo all’ennesima telefonata
sul dove si va,
qual’è l’appuntamento,
chi siamo e con che cosa andiamo,
chi torna presto,
chi non può tornare,
chi aspetterà il tramonto.

Sfinente organizzazione di un’uscita sugli sci, partita da tre componenti e nel corso di mezzo pomeriggio arrivata a:
Coloro a piedi: Angelo, Sabina, Flavia, Maurizio
Con gli sci 1 gruppo a Roma: Augusto, Anna, Giacomo, Lorenzo
2 gruppo a Roma: Benni, Paolo, Bruno, Gaspare, Giorgio
A Colleferro: Agostino, gli amici di Lorenzo della bicicletta (due macchine);
A Prato di Campoli: Marta, Monica, Luigi, Ornella, Patrizia ed i loro compagni di corso, il tutto mescolando autovetture e componenti, materiale e parole.

In macchina un atroce dubbio, esternato ai compagni e subito risolto: “Sì Anna, sai sciare, e difficilmente puoi dimenticarlo!”.
Per fortuna non ero sola a sollevare simili elugubrazioni.

IL CORPO

Ma chiunque sia stato ad avvertire l’altro, la sostanza non cambia; l’ennesimo appuntamento a Frosinone in un bar sconosciuto e su, fino a Prato di Campoli a scoprire il paesaggio, e con esso, quanta neve c’è.
La delusione non ferma i partecipanti, che guardando la montagna decidono già il percorso di discesa, ancora prima di quello in salita: la meta è il M. Passeggio, sul gruppo degli Ernici, di poco spostato dal centro del meraviglioso anfiteatro dove svetta Pizzo Deta.

Sci, scarponi, ciaspole, racchette, pelli, suoni di Arva, risate, cani, saluti, calendari, sguardi, sorrisi, partenze, guanti, chiavi, chi va avanti e subito dopo una riflessione torna indietro a prendere ciò che ha dimenticato, chi all’altezza del bosco si spoglia, chi già mangia, chi già strema.

E chi, estraneo a tutto questo, guardando perplesso quest’enorme movimento umano, sorride e chissà che pensa!
Saremo in 50, corpo più, corpo meno, a partire scaglionati per questa innevata, a tratti spelacchiata, accogliente montagna.

Chiacchiero con un uomo nel primo tratto, raggiunto dall’amico il discorso cambia, il passo pure. Lorenzo sonda la neve con la racchetta ad ogni sgambata, per scoprire che l’ha fatta bene e a sufficienza, Anna segue la scivolata, promettendo di rimanere incollata a chiunque garantisca una discesa da sballo.
Ma come al solito, bisogna prima affrontare svariati metri di dislivello, che corrono dentro al bosco, lungo il fosso, sulle spallette, ed infine sul pendio aperto.

Il primo panino degli uomini, la salita erta, il fiato che manca...ti ritrovi sola, raggiunta e superata ogni tanto da qualcuno del gruppo, e poi sei tu a superare.
Non perdere di vista chi ti sta davanti, dai, Anna, arriva al tornante, eccoli! sono lì, li hai quasi raggiunti, non sono lontani, anche loro sono umani, forza! all’altro tornante, eccolo è rispuntato, forse è qualcuno che conosci, vai a scoprirlo.
Alzi lo sguardo e li vedi, sono tutti sul ripido pendio, ma sono solo tre tornanti. Guardi il sole e ti riposi, in fondo la giornata è lunga, e tu non hai fretta di arrivare.
La brezza gelida ti obbliga in anticipo a cambiare abito, con il pile stai molto meglio, e su!, incoraggi addirittura chi segue più lentamente di te.

LA SCENA MADRE

E finalmente eccoci, l’ultima curva, l’ultima virata di sci ed il vento che scappa via, con lui le nuvole, la nebbia, il sole, il freddo e...un infinito panorama bianco sui rilievi circostanti, la croce gelata.
E ti spieghi come tutte le volte che ti chiedi chi te lo fa fare è sempre ripagato mille volte di più con l’emozione della bellezza, della sostanza, dell’isolamento.

Ma purtroppo siamo tanti in cima, troppi per fermarti a godere un sole che, per la legge di Murphy, non c’è, offuscato dalle gelide nebbie provenienti da nord. E già il malumore, che ti prende sempre quando gli altri aspettano, sovrasta la tua tranquillità; è un immediato togliere le pelli, stringere gli scarponi, ma da che lato si scende?, io scendo subito, noi circumnavighiamo la cresta e scendiamo ad est, Anna sei pronta?

Via! Non ho neanche il tempo di razionalizzare i movimenti che devo fare, e già sono lì, a puntare la racchetta, a cantare, a gioire, a manifestare la mia contentezza, in un momento in cui tutte le nuvole del mondo hanno offuscato la cima, sotto lo sguardo sbalordito di chi non mi conosce.
E ricambio con Ornella l’unico aspetto dolce della giornata, per cercare di mandare giù l’appena comunicato boccone amaro: ’scendiamo un pò la Valle di Femmina morta, risaliamo un 150-200 metri e ci godiamo la discesa verso Prato di Campoli’.
Esperienza già vissuta, salita troppo consapevole.

Ma la cioccolata è mangiata, ed il boccone amaro digerito, ad inseguire le figure snelle ed eleganti di Augusto e Paolo, le curve più decise di Gaspare e Agostino, quelle spazzanti di Benni, mai sovrapposte alle mie, che cerco l’incontaminato, seguita dall’ormai consolidata formazione di coda: la chiusura di Giacomo.
Ed il sole miracolosamente torna, sempre per la stessa legge di Murphy, durante la risalita, raggio dopo raggio, impronta dopo impronta, ad illuminare stalattiti gelate, sculture bloccate, onde increspate.
La cresta, la solitudine, le cornici, il salto (da non fare!), e la discesa su quella neve che invita a fare curve, curve, curve.
I pali dentro al bosco sono accoglienti, ma attenta! insidioso e malandrino nasconde nell’anima qualche pietra sporgente.

LA FINE

E la giornata appagante termina su quel piazzale che sembra Rimini, pullulante di bambini, macchine, sci, slittini, tavole, pelli, racchette, calze, scarponi, gente ignuda, chi va e chi viene. Mi presento all’uomo sconosciuto: ’ Piacere Anna, alla prossima’ ‘ Piacere Ottavio’. 
Ma Angelo è sceso? non c’e campo.
Andiamo giù a mangiare un boccone per un’attesa vana. Le tre, le quattro, ma dove sono? quasi in cima. Quasi?!?

Per lui un fragoroso tramonto, per noi un affollato rientro.
Ragazzi, per essere la prima uscita......l’organizzazione è troppo estenuante!

Meglio scriverla, parola di Derspina!