“simile alla nuvola estiva che naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera, così il pellegrino si abbandona al soffio della vita più vasta, che lo conduce al di là dei più
lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.”
(Lama Anagarika Govinda, Le Chemin des nuages blancs)
Visualizzazione post con etichetta 2013. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2013. Mostra tutti i post

NEBBIE E PASSI



Leggendo, di là su un forum, questa illuminante fraseologia, mi si è aperto un mondo..... in mezzo alla nebbia! :

“Se scendi al Rif. Croz poi ti fai un mazzo come un cammello per andare al Grostè, mentre il discorso Vallazza e c. , non conoscendo la zona, io lo eliminerei perchè se ti prendi i nebbioni tipici del luogo non ne vieni fuori. la zona è complessa, dalla Bocca della vallazza la nebbia ha creato problemi a noi per scendere alla Flavona, il che dice tutto. E'una delle zone del "Brenta nascosto" come le chiamiamo noi, e venendo da fuori, quando sei sul campo, le cartine le puoi usare come carta igienica: o sai dove sbattere per non infognarti e sai riconoscere dove sei da una sfolata di nebbia all'altra o sono rogne.”

Con Ivan e Erica ne siamo venuti fuori, e ho detto tutto!



Mercoledì 17  Dal Rif. Croz dell’Altissimo (1430m) – Vallazza – Busa dell’Acqua – Bocca della Vallazza (2453 m) – Pendici Turrion Alto – Passo della Gaiarda – Malga Spora (1854 m)
Sentieri 322, 314, variante Turrion, 301.
Dislivello: circa 1000 mt in salita, 600 mt in discesa; 5,30 ore con calma compreso il tè 


Non sto più nella pelle, sono così contenta che vengono Ivan ed Erica per accompagnarmi in questa tappa, che continuo a fare su e giù lungo il torrente in secca per tentare di prendere la linea e scoprire che non ci sono messaggi in arrivo. Eh sì, loro sono in ritardo e ho il timore che all’ultimo minuto non possano più raggiungermi. Ed infine eccoli, e provo un piacere immenso a rivederli, peccato solo per oggi.

Dopo un caffè ristoratore, si parte per questa valle massacrata, il primo tratto già affrontato ieri, ma oggi ho dovuto cedere alle insistenze gentili di Ivan che si è voluto caricare il mio fardello di 14 chili, così sono libera di chiacchierare e salire rilassata. Mi sento un pò in colpa, dai consigli che mi darà, lo zaino anche per lui non è proprio leggero, però..... :-))


Alla Vallazza non troviamo più i cartelli del giorno prima, il sentiero cambia continuamente ed è quasi impossibile rimanere sulla traccia ‘ufficiale’. Poco male, la mia soddisfazione è grande quando mi tiro sui cavi di questa via sconnessa: stiamo andando verso il mio desiderio di ieri, verso quella Busa dell’Acqua così misteriosa e occulta che ci si mettono anche le nuvole a celarla.


E allora salire è una magia, tra l’umidità che cresce, il bisbiglìo delle nostre parole, la contentezza di non essere da sola ma con due amici il cui legame non è rimasto imbrigliato nei meandri di una rete sconosciuta, ma è lì, evidente e palpabile come la neve che calpesteremo di lì a breve.




I nomi delle cime li imparerò solo al rientro, per adesso il mio sguardo gioca con le nuvole, a seguire il passo sicuro di Ivan che sembra esserci nato dentro queste pieghe martoriate, chiuse, disfatte.
La mia scarpa rinforzata stride a confronto della scarpetta leggera di Erica, dei suoi pantaloncini, abbigliamento assai curioso per un tragitto immerso nella neve fin nella parte terminale. Pietraia sconnessa, in bilico, inospitale cerca di respingere il passo, il gioco delle nuvole è dispettoso, calando su ogni cosa a permeare tutti gli spazi, persino le nostre parole. Pensarla d’inverno, questa valle, diventa una magia, uniforme canalone circondato intimamente da alte rocce, via obbligata tra le pareti aggettanti, ma che d’estate uniscono la ripidezza all’instabilità, rendendo estremamente faticosa un’ascesa lineare.



Scaglie di sentiero in Brenta

Sabato 13   Salita al Rif. Cacciatore (1820 m) da S. Lorenzo in Banale (758m), passando per le Mase Alte e Basse. Sentiero 325 per la Val d’Ambiez, Malga Laon, Ponte di Brocca, Ponte di Paride.
Dislivello: 1062 + circa 350-400 m di digressione;
dalla strada 4,30 ore, complessivo 7


37. Sentiero le "Mase Alte", S.Lorenzo

Poco sopra la fontana di fronte alla chiesetta di S. Matteo in Frazione Senaso, dove la strada per la Val d'Ambiez fa una curva secca, si imbocca la rampa della mulattiera. Si prosegue diritti per stradina selciata fin oltre la frazione di Senaso. Giunti ad un primo bivio si tiene sempre il tracciato che segue diritto leggermente a sinistra. Dopo i due masi si prosegue sempre a sinistra su stradina serpeggiante con sede naturale continuando lungo l'evidente tracciato nel bosco fino a incrociare l'erta strada che sale dalle "Mase Basse" con fondo sassoso.
La si imbocca a destra e si sale fino a raggiungere un altro maso ristrutturato. Qui si prosegue verso destra seguendo il sentiero che sale fino a giungere alle case più alte. Continuando a salire per la strada si giunge ad incrociare la strada forestale che sale verso la forcella Bregain (sentiero SAT 351).



Così recita una descrizione su un sito, ma paga di tanta ricerca on-line, scoprirò presto che la speditezza di battitura sui tasti non corrisponde alla fatica improba che mi sono ritrovata a fare tentando di scoprire le Mase Alte, così ben descritte sui siti da rimanere perfettamente nascoste nella boscaglia reale.


In su e in giù per due volte, con quel carico da afflizione sulle spalle; una strada forestale sconnessa e quasi inesistente, franata, tirata dritta per dritta, e sempre i medesimi cartelli: in giù Mase Basse, in su il nulla. Il cielo chiuso e plumbeo sopra di me, uno sguardo all’orologio che non ho, e la decisione di abbandonare quel percorso avventuroso, e forse troppo impervio da fare sotto la pioggia, è presa in breve tempo.


Alla fine della giornata avrò macinato oltre 1300 mt quasi invano!


Ma è tempo che prima di tutto io parta:




ore 7.00, siamo fermi a Rovereto da oltre un quarto d’ora; il treno è in anticipo e non può entrare a Trento. L’attesa dell’autobus che mi porterà a S. Lorenzo è poca roba, dopo una notte alle luci fluenti della velocità ferroviaria, la tapparella rotta come nelle migliori tradizioni italiane, il vagone tutto mio.





I due pullman in coincidenza spaccano il minuto, i panorami fino a S. Lorenzo in Banale sono eccezionali, con le pareti di Sarche che lasciano a bocca aperta, la curiosità sulla Masera di Comano e sulla ciuiga del Banale. A lato della piazza mi vesto e mi carico in tutti i sensi: ma è ancora presto per maledire il percorso, il cielo, le nebbie, il peso e la ripidità di quei mille metri che diventeranno presto molti di più.






La erta digressione alla ricerca di un sentiero che non c’è è stancante e deludente, dopo il tempo è stretto e il cielo plumbeo, per cui mi toccherà fare la strada fino al Rifugio Cacciatore, e non posso fare altrimenti, data la stanchezza ancora prima di iniziare. 

Smarrimenti

Domenica 14  Salita dal Rif. Cacciatore (1820 m) a Colmalta, passando per il Pra del Vescovo, le pendici di Busa di Senaso e dei Marugini. Sentiero 325 - 348. Sgambata a Busa di Prato.
Dislivello: circa 500 mt



Il fischio del camoscio è acutissimo e quasi mi stordisce in quel silenzio ovattato dal bello e dal grigiore. Ero certa di trovarli in questa landa deserta, ma non così vicino, odore di selvatico penetrante che si sente già da un pò, e poi mi ha trovata lui! 
Sparisce mentre alzo la macchinetta, e finalmente mi siedo a riposare.



La stanchezza del giorno prima si è dilatata nella notte, senza il peso dello zaino sono molto più agile e piena di energie, così tante che sicuramente mi permetteranno di arrivare a Malga Asbelz anche se il percorso è lungo. Questo è il mio obiettivo di oggi.






Il tempo non è eccezionale, ma sereno quanto basta per farmi salire speditamente fino ai prati alti. 



Ma c’è qualcosa che non mi quadra, dovrei essere sul sentiero 325 che si innesta in alto con il 348, ma non ho incontrato alcun cartello. 

INCOSCIENZE

LUNEDI 15  Dal Rif. Cacciatore (1820 m) al Rif. Croz dell’Altissimo (1430m), passando per i Rifugi Agostini, Pedrotti, Tosa, Selvata. Sentiero 325 – 320 Palmieri basso – 319 Baito Massodi.
Dislivello: circa 1000 mt in salita, 1300 mt in discesa; 9 ore



Alessio ha solo 6 anni e si lamenta debolmente che è stanco. Lo incoraggio e cerco di incuriosirlo con delle storie, mentre la madre fiera mi racconta come è arrivato al Rifugio Pedrotti e, soprattutto, da dove. Non credo alle mie orecchie, hanno lasciato la macchina a Molveno: 1550 metri più giù. Ci credo che è stanco, scarpette superga adatte allo scivolo su questa ghiaia che io con gli scarponi sto maledicendo, figuriamoci lui che slitta ad ogni passo. Mi impietosisco e facciamo un lungo tratto insieme, dal Baito Massodi al Rifugio Selvata, dove loro pranzeranno. Più tardi la madre è rinsavita, prendendo un taxi dal Rifugio Croz, salvando così il povero Alessio e le orecchie altrui. Se poi i bambini come lui odieranno la montagna, non è certo colpa loro!!




L’alba ancora non accenna a comparire, che già sono sul sentiero verso il Rif. Agostini.



Me la godrò tutta, in questa salita all’aria pura, tra rododendri e pini, prati e cenge rocciose, 


e lo spettacolo degli spalti montagnosi, severi o slanciati, che chiudono la Valle; eccole lì le cime più importanti, avancorpo del Gruppo dolomitico: Cima Tosa, d’Agola, Pratofiorito.




Dall’alto verso valle, si intravedono i sentieri e i tracciati scoperti il giorno prima, e quelli per i quali varrà la pena tornare nel futuro.



Oggi salire questo sentiero-mulattiera - ma non la strada percorsa il giorno prima, molto più lunga - mi infonde pace e tranquillità, l’ora di colazione al rifugio Agostini giunge giusta per una pausa, dopo aver lasciato indietro il maggiore dislivello della giornata.



Il Richiamo delle Guglie






Da Campo Imperatore, Vetta Occidentale per la via Direttissima – Discesa per la Cresta Occidentale (via delle Creste)- 16 Giugno 2013


Nel canale rimbombano solo le nostre voci, allegre, tese, stupite; in quell’aria ferma e calma si perde il silenzio dell’austriaco che sale concentrato, taciturno, serio. Le sue scarpette gialle la dicono lunga sulla sua velocità di salita: neanche il tempo di stupirci di nuovo, che eccolo in discesa, muto, misterioso, evanescente come la sua ombra. Sarà mai veramente passato?


Lo snodarsi del sentiero permette di allungarci a far respirare i nostri passi, salire ciascuno al proprio ritmo in questo panorama  di cime, zebrato di bianco e verde, macchie di fiori e pietra riflettente.





Maria, Antonietta, l’esordiente Catia, il suo Maestro Gino, l’amico di passo Fernando. Tutti da Pescara, io sola l’intrusa.

 

Ma l’isolamento è un attimo che fugge nell’aria limpida della montagna, il resto è uno scintillante vocìo che si dipanerà lungo la Direttissima, in cima alla Vetta Occidentale, per rimanere imbrigliato nell’attenta discesa della Via delle Creste, per me da sempre conosciuta come Cresta Occidentale.




 La giornata è limpida, il sole abbagliante come i corpi spalmati di crema, il silenzio sarebbe d’obbligo, ma ci riesce solo in cima al comando di Catia, per un tempo troppo breve. 



Nulla da fare, l’euforia della giornata, l’entusiasmo della prima volta, la gioia di una ripetuta, l’ansia degli inghiottitoi vorticosi che sfociano nel Vallone dell’Inferno, del Moriggia- Acitelli, e di tutti i ripidi canali che si estendono verticali dalla Cima del Corno Grande alla Conca degli Invalidi sfuggono all’essere imbrigliati in ciascuno di noi, e chiaramente si liberano nell’aria, trascinando le parole, la conoscenza e l’esperienza nei tratti comuni, tra lo scatto di una bella foto e l’intreccio di corda. 








 Quello che ne esce è un’allegra giornata, piacevole al tatto, incantevole all’occhio, salutare all’animo, circondati dallo svettare delle guglie che dal basso troneggiano nell’aria, per porsi in rilievo ostinate e decise quando si raggiunge il loro livello, fino a confondersi definitivamente in discesa in modo uniforme nella ripidità dei fianchi rocciosi.



Si voleva godere il tramonto, e ci siamo quasi riusciti, tra il nostro chiacchierare e un improvviso soccorso altrui, per fortuna concluso serenamente.


Una giornata in cui il Bivacco Bafile sembra qui essere a portata di mano, la cima della vetta Orientale regala nitido il profilo di chi l’ha appena conquistata; poco oltre, all’orizzonte nord, la lunga schiera di formiche sul Corno Piccolo viene dipinta dai suoi modelli; Valentina e Mattia si uniscono al nostro coro di cima per non rimanere esclusi della nostra gioia, e, soprattutto, della loro, aquilani doc che conquistano la loro vetta di casa.


In salita i consigli di Gino si perdono nelle mani di Catia, nei suoi passi che cercano la sicurezza, ma l’istinto regna sovrano sul suo esordio, e la sua gioia contagia anche noi, come fosse la nostra prima volta.


Nessuno si lascia intimidire dalle prese sfuggenti, taglienti o allisciate, da quella lingua di neve che interrotta non permette il proseguo su di essa, ma ci devia sulla classica salita rocciosa, ad alternare il movimento di opposizione frontale con i fuggevoli passaggi dell’occhio verso il fianco precipitoso delle pareti adiacenti.






Questo serpeggiare nel mondo calcareo invita alla conoscenza delle nostre ansie, delle certezze, delle nostre sicurezze: il filo “psicologico” lascia unire la cordata nei suoi legami profondi, l’intimo del momento sovrasta quel semplice nodo interiore con l’inconscio, e la via è superata nell’eccellenza del sorriso di soddisfazione, di tranquillità, di gioia, di crescita nell’esperienza.


E se è vero che ogni consapevolezza arricchisce, ognuno di noi oggi si è portato via una pietruzza calcarea da attaccare nel muro più solido.



Al tramonto, l’incontro è con Linda, anima fuggente la frenesia della città, che invano cerca nella sua evasione il ritrovare se stessa e qualche momento riflessivo. Conoscerà tutti i nostri sorrisi e la speranza che un giorno riuscirà anche lei, semplice cittadina, a godere la luce decrescente del sole e l’incanto dei monti dall’alto del colle.



Il suo sogno ci accompagna sul piazzale dei ricordi e dei ritorni: l’inaspettato saluto ad un caro compagno di solidarietà ritrovato corona la mia giornata, con questa compagnia ridente e travolgente, mentre lento è l’ adagiarsi degli animali sui prati a riposarsi per vivere un altro giorno. 

Con Maria, Fernando, Antonietta, Gino, Catia